12 gennaio 2009 PRIMO PIANO - Articolo
Una sfida per il Nord
Dal coordinamento del PD del Nord, nuove idee e piattaforme per affrontare la crisi economica Nord e crisi. Affrontare la crisi per dare risposta ai propri cittadini, per fermare il populismo che dilaga nella propaganda leghista e senza nessuno strappo con il Partito Democratico. Questa è la sintesi del primo incontro del Coordinamento del PD del Nord. Il primo passo di un percorso che avrà come prossima tappa un incontro, a Novara il 13 febbraio, con tutti i parlamentari democratici e si concluderà con il Forum delle regioni del Nord che, a Padova il 2 marzo, darà vita al suo documento conclusivo programmatico.Più gli amministratori locali sapranno dare risposte concrete alle necessità del settentrione e far fronte alla crisi economica e più il PD riuscirà a mettere le proprie radici in un territorio che ha visto un lento abbandono della fiducia nei confronti del centro sinistra e un abbraccio alle istanze populiste avanzate dalla lega.Per Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e ministro ombra per le Riforme istituzionali, il PD “deve misurarsi sulle esigenze di questi territori, sugli strumenti per affrontare le attuali difficoltà produttive e occupazionali. Solo così possiamo scoprire il bluff della Lega e delle sue risposte illusorie.Dello stesso parere anche Sergio Cofferati il quale ha chiarito che non esiste nessun tentativo di “secessionismo” né di creazione autonoma di un partito del Nord:. “In queste regioni – ha spiegato il primo cittadino di Bologna – serve un coordinamento del PD rafforzato, perché temo usciranno da questa crisi molto cambiate. Hanno bisogno di riforme per aiutare il mondo del lavoro e delle imprese”.Per Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, “la recessione sta introducendo in questi territori elementi di insicurezza sociale che prima non c'erano, il tema della crisi è prioritario per i cittadini e deve esserlo anche per il PD”.Durante il coordinamento è stata proposta anche una primissima bozza del documento che verrà presentato alla Conferenza Programmatica in primavera. Al primo punto, d'obbligo, il tema del federalismo fiscale riassunto come “compartecipazione all'Irpef e/o all'Iva”, perché, come ha spiegato il segretario regionale del PD, Maurizio Martina, “la risposta alla crisi che investirà con maggiore violenza le nostre regioni non può essere la social card, un bluff su tutti i fronti. Qui serve un sostegno finanziario diretto, reale e immediato”.
martedì 13 gennaio 2009
MERCI SILVIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
13 gennaio 2009 PRIMO PIANO - Copertina
Merci Silvio
Con la svendita di Alitalia si è concluso un tipico imbroglio all'italiana Si è chiuso finalmente il romanzo fantascientifico di Alitalia. Con l'acquisto del 25% da parte di Air France-Klm, anche il tassello partner straniero trova la sua giusta collocazione e si può dire con certezza che oggi, 13 gennaio 2009 è nata la nuova Alitalia. Una vittoria mediatica di Berlusconi e dell'italianità? Niente affatto. Si è trattata di una clamorosa sconfitta e una svendita senza precedenti. E intanto i francesi ringraziano.Nella giornata di ieri, la maggioranza le ha provate tutte per fare in modo che Air France non avesse la meglio. Letizia Moratti, sindaco di Milano, annunciava una fantomatica offerta da parte di Lufthansa all'ultimo momento. Berlusconi smentiva. Nel valzer degli annunci e delle smentite si è giunti fino alla definitiva partecipazione di Air France-Klm in serata per una somma vicino ai 320 milioni. Un accordo definito straordinario da parte del Presidente di Alitalia, Roberto Colaninno e per questo approvato all'unanimità da parte del consiglio di amministrazione. “La partnership - ha dichiarato Colaninno - garantirà un'assoluta autonomia gestionale di Alitalia rispetto ad Air France e si sviluppa su tre contratti: il primo sull'investimento; il secondo sulle modifiche statutarie conseguenti all'entrata di Air France con Alitalia e il terzo è l'accordo industriale”.È sembrato un clamoroso successo per la politica dell'italianità proposta dal governo: è stata confermata la priorità strategica di Malpensa, a condizione della riorganizzazione del suo sistema aeroportuale, garantito l'asse Roma-Milano con la trasformazione di Linate in “city airport” specializzato nella tratta tra le due città e e definito l'hub di Fiumicino come enclave strategico per le rotte nel Mediterraneo, Sud America e Estremo Oriente.Ma se si analizzano bene tutte le singoli vicissitudini che hanno portato all'accordo attuale si vede chiaramente come Alitalia sia stata svenduta. E i francesi lo confermano.“Merci Silvio” è il titolo dell'editoriale di François Vidal per Les Echos in cui si legge chiaramente come sia stato Jean-Cyrill Spinetta, presidente di Air France-Klm, il vero vincitore nell'acquisto del 25% di Alitalia. Con la compagnia italiana, Air France-Klm si è assicurata il quinto mercato aereo europeo e uno tra i più redditizi con più di 24 milioni di passeggeri, undici dei quali sono viaggiatori internazionali. L'obbiettivo strategico non era, e non è, Malpensa ma Roma per creare un asse di hub complementari con Parigi “Charles De Gaulle” e Amsterdam “Schipol”.Con la partnership in Alitalia, il colosso franco-olandese ha messo in scacco sia i rivali tedeschi di Lufthansa che, sebbene non abbiamo mai presentato un'offerta per l'acquisto di Alitalia, avrebbero visto con favore la creazione della dorsale Berlino-Vienna- Milano, sia quelli inglesi di British Airways tuttora in difficoltà con la conclusione della alleanza con gli spagnoli di Iberia.I cugini d'oltralpe hanno rimarcato la nota più lieta per loro e difficile da digerire per noi. Grazie a Silvio Berlusconi la compagnia aerea francese ha fatto un grande affare a non comprare Alitalia per 1,5 miliardi nell'aprile del 2008. Il nostro premier ha fatto in modo che Air France potesse acquisire una società risanata e riorganizzata e non quella che perdeva un milione al giorno. E tutto questo ad un prezzo altamente concorrenziale, ossia 320 milioni che non sono affatto uno sproposito viste anche le buone prospettive future. E a questo va aggiunto il fatto che Air France non si dovrà accollare il problema delle casse integrazione e degli esuberi del personale. Insomma un vero regalo!!!Insomma è stato un successo per Cai, per il governo e per Air France. Un fallimento per i cittadini italiani che pagheranno i 3 miliardi di debiti della vecchia compagnia aerea. Ma poco importa agli occhi di questo governo che guarda solo i propri interessi.L'avviamento della nuova Alitalia sembra sia stata buono nonostante qualche di disagio a Linate e Malpensa e la cancellazione di alcuni voli. Restano le polemiche con i dipendenti e i loro sindacati che ieri hanno manifestato mettendo in atto un simbolico funerale per celebrare l'ultimo giorno di operatività della ex compagnia di bandiera e salutare il decollo di Cai. La posizione del Partito Democratico è rimasta ferma e costante durante tutto il teatrino messo in scena dal governo. Per Massimo D'Alema l'accordo definitivo con Air France e l'intera vicenda Alitalia “è stato un tipico imbroglio". "Berlusconi ne ha fatto una bandiera elettorale e alla fine si è arrivati all'unica soluzione ragionevole – ha chiarito D'Alema - cioè che nel giro di qualche anno ci sarà una fusione tra Alitalia e Air France così come aveva individuato Prodi. La differenza, è che i francesi non pagheranno la fusione perché il costo dell'operazione è stato già scaricato sui cittadini italiani". “Come volevasi dimostrare, si chiude una vicenda scandalosa che rasenta l’imbroglio”. E’ quanto ha dichiarato il ministro ombra delle Infrastrutture, Andrea Martella, a proposito dell’ok di Cai ad Air France. “I cittadini pagano più di 3 miliardi, le tariffe aumentano e c’è meno occupazione. Un risultato disastroso il cui responsabile è Silvio Berlusconi”.“Una presa in giro durata fino all’ultimo – ha concluso il deputato del PD – con la disputa all’interno della maggioranza e gli annunci di altre offerte inesistenti. Formigoni e Moratti sono stati trattati a pesci in faccia, ne traggano le conseguenze”.Per Cesare Damiano, viceministro ombra del Lavoro, “l’italianità a termine della nostra compagnia di bandiera, perché fra quattro anni Alitalia sarà venduta, è costata quasi 4 miliardi di euro alle famiglie italiane facendo, inoltre, pagare un duro prezzo occupazionale in un momento di crisi economica. Un danno ed una presa in giro per il paese ed i cittadini. La Francia ci ha addirittura ringraziato per il regalo fatto dal governo Berlusconi. Al paese restano i debiti, un conflitto tra Malpensa e Fiumicino e le tratte Milano-Roma, comparativamente le più care di Europa e un accordo siglato dai sindacati confederale, che, nonostante l’ultimatum e la fretta di concludere del ministro Sacconi, si dimostra di difficile gestione e si trascina da mesi. Cosa pensa di fare il Governo? Di fronte a tutto ciò è necessario che l’esecutivo informi il parlamento.
Merci Silvio
Con la svendita di Alitalia si è concluso un tipico imbroglio all'italiana Si è chiuso finalmente il romanzo fantascientifico di Alitalia. Con l'acquisto del 25% da parte di Air France-Klm, anche il tassello partner straniero trova la sua giusta collocazione e si può dire con certezza che oggi, 13 gennaio 2009 è nata la nuova Alitalia. Una vittoria mediatica di Berlusconi e dell'italianità? Niente affatto. Si è trattata di una clamorosa sconfitta e una svendita senza precedenti. E intanto i francesi ringraziano.Nella giornata di ieri, la maggioranza le ha provate tutte per fare in modo che Air France non avesse la meglio. Letizia Moratti, sindaco di Milano, annunciava una fantomatica offerta da parte di Lufthansa all'ultimo momento. Berlusconi smentiva. Nel valzer degli annunci e delle smentite si è giunti fino alla definitiva partecipazione di Air France-Klm in serata per una somma vicino ai 320 milioni. Un accordo definito straordinario da parte del Presidente di Alitalia, Roberto Colaninno e per questo approvato all'unanimità da parte del consiglio di amministrazione. “La partnership - ha dichiarato Colaninno - garantirà un'assoluta autonomia gestionale di Alitalia rispetto ad Air France e si sviluppa su tre contratti: il primo sull'investimento; il secondo sulle modifiche statutarie conseguenti all'entrata di Air France con Alitalia e il terzo è l'accordo industriale”.È sembrato un clamoroso successo per la politica dell'italianità proposta dal governo: è stata confermata la priorità strategica di Malpensa, a condizione della riorganizzazione del suo sistema aeroportuale, garantito l'asse Roma-Milano con la trasformazione di Linate in “city airport” specializzato nella tratta tra le due città e e definito l'hub di Fiumicino come enclave strategico per le rotte nel Mediterraneo, Sud America e Estremo Oriente.Ma se si analizzano bene tutte le singoli vicissitudini che hanno portato all'accordo attuale si vede chiaramente come Alitalia sia stata svenduta. E i francesi lo confermano.“Merci Silvio” è il titolo dell'editoriale di François Vidal per Les Echos in cui si legge chiaramente come sia stato Jean-Cyrill Spinetta, presidente di Air France-Klm, il vero vincitore nell'acquisto del 25% di Alitalia. Con la compagnia italiana, Air France-Klm si è assicurata il quinto mercato aereo europeo e uno tra i più redditizi con più di 24 milioni di passeggeri, undici dei quali sono viaggiatori internazionali. L'obbiettivo strategico non era, e non è, Malpensa ma Roma per creare un asse di hub complementari con Parigi “Charles De Gaulle” e Amsterdam “Schipol”.Con la partnership in Alitalia, il colosso franco-olandese ha messo in scacco sia i rivali tedeschi di Lufthansa che, sebbene non abbiamo mai presentato un'offerta per l'acquisto di Alitalia, avrebbero visto con favore la creazione della dorsale Berlino-Vienna- Milano, sia quelli inglesi di British Airways tuttora in difficoltà con la conclusione della alleanza con gli spagnoli di Iberia.I cugini d'oltralpe hanno rimarcato la nota più lieta per loro e difficile da digerire per noi. Grazie a Silvio Berlusconi la compagnia aerea francese ha fatto un grande affare a non comprare Alitalia per 1,5 miliardi nell'aprile del 2008. Il nostro premier ha fatto in modo che Air France potesse acquisire una società risanata e riorganizzata e non quella che perdeva un milione al giorno. E tutto questo ad un prezzo altamente concorrenziale, ossia 320 milioni che non sono affatto uno sproposito viste anche le buone prospettive future. E a questo va aggiunto il fatto che Air France non si dovrà accollare il problema delle casse integrazione e degli esuberi del personale. Insomma un vero regalo!!!Insomma è stato un successo per Cai, per il governo e per Air France. Un fallimento per i cittadini italiani che pagheranno i 3 miliardi di debiti della vecchia compagnia aerea. Ma poco importa agli occhi di questo governo che guarda solo i propri interessi.L'avviamento della nuova Alitalia sembra sia stata buono nonostante qualche di disagio a Linate e Malpensa e la cancellazione di alcuni voli. Restano le polemiche con i dipendenti e i loro sindacati che ieri hanno manifestato mettendo in atto un simbolico funerale per celebrare l'ultimo giorno di operatività della ex compagnia di bandiera e salutare il decollo di Cai. La posizione del Partito Democratico è rimasta ferma e costante durante tutto il teatrino messo in scena dal governo. Per Massimo D'Alema l'accordo definitivo con Air France e l'intera vicenda Alitalia “è stato un tipico imbroglio". "Berlusconi ne ha fatto una bandiera elettorale e alla fine si è arrivati all'unica soluzione ragionevole – ha chiarito D'Alema - cioè che nel giro di qualche anno ci sarà una fusione tra Alitalia e Air France così come aveva individuato Prodi. La differenza, è che i francesi non pagheranno la fusione perché il costo dell'operazione è stato già scaricato sui cittadini italiani". “Come volevasi dimostrare, si chiude una vicenda scandalosa che rasenta l’imbroglio”. E’ quanto ha dichiarato il ministro ombra delle Infrastrutture, Andrea Martella, a proposito dell’ok di Cai ad Air France. “I cittadini pagano più di 3 miliardi, le tariffe aumentano e c’è meno occupazione. Un risultato disastroso il cui responsabile è Silvio Berlusconi”.“Una presa in giro durata fino all’ultimo – ha concluso il deputato del PD – con la disputa all’interno della maggioranza e gli annunci di altre offerte inesistenti. Formigoni e Moratti sono stati trattati a pesci in faccia, ne traggano le conseguenze”.Per Cesare Damiano, viceministro ombra del Lavoro, “l’italianità a termine della nostra compagnia di bandiera, perché fra quattro anni Alitalia sarà venduta, è costata quasi 4 miliardi di euro alle famiglie italiane facendo, inoltre, pagare un duro prezzo occupazionale in un momento di crisi economica. Un danno ed una presa in giro per il paese ed i cittadini. La Francia ci ha addirittura ringraziato per il regalo fatto dal governo Berlusconi. Al paese restano i debiti, un conflitto tra Malpensa e Fiumicino e le tratte Milano-Roma, comparativamente le più care di Europa e un accordo siglato dai sindacati confederale, che, nonostante l’ultimatum e la fretta di concludere del ministro Sacconi, si dimostra di difficile gestione e si trascina da mesi. Cosa pensa di fare il Governo? Di fronte a tutto ciò è necessario che l’esecutivo informi il parlamento.
lunedì 12 gennaio 2009
VELTRONI:OCCUPIAMOCI DELL'ITALIA, IL GOVERNO HA FALLITO. BASTA FARSI MALE DA SOLI.
11 gennaio 2009 AREA RASSEGNA STAMPA - Rassegna stampa
Veltroni: "Occupiamoci dell'Italia, il governo ha fallito. Basta farsi male da soli"
Intervista a l'Unità: governo fermo su crisi e sicurezzafonte Intervista di Bruno Miserendino - L'Unità In una lunga intervista a l'Unità, pubblicata l'11 gennaio il segretario del PD fa appello ai dirigenti del partito: il governo è in crisi, serve occuparsi dei problemi reali.Pubblichiamo l'intervista integrale.Walter Veltroni: "Il governo ha fallito, ma se il Pd si divide non vinceremo mai"«Faccio ancora una volta un appello al Pd e ai suoi dirigenti: occupiamoci dell'Italia, siamo al paradosso di una destra che attacca il Pd e del Pd che attacca se stesso, per di più nel momento più drammatico, dal punto di vista sociale, della nostra storia più recente. A volte mi sento Penelope», ammette il segretario. Nessuno, dice, abboccherà agli ami lanciati da Cesa e Casini: «Le persone a cui ineducatamente l'Udc si è rivolta sono tra i fondatori del Pd». Veltroni vede «un governo inerte, che da tre mesi non produce più nulla». Fermo sull'economia, senza ruolo e senza iniziativa sulla crisi mediorientale. «Si sono mossi tutti i premier, Berlusconi si occupa delle elezioni in Sardegna. È in perenne campagna elettorale, all'Italia serve un premier non un candidato premier». A Fini che sulla giustizia ha fatto proposte alternative a quelle del governo, Veltroni dice: «È la strada giusta, noi siamo pronti».
Segretario, è cominciato l’anno ma il vecchio virus non sembra debellato. Anzi, ormai si parla di scissione, di ritorno alle proprie case d’origine. Questo rischio c’è?
«No, non c’è. C’è chi non nasconde questo desiderio, i nostri avversari. È il Pd l’ossessione per chi vuole che questo paese non cambi mai e invece è proprio lì che bisogna investire tutte le nostre energie, perchè mai l’Italia ha conosciuto un partito riformista di queste dimensioni. Dopo l’estate avevamo ripreso lo slancio, quella del 25 ottobre era stata la più grande manifestazione di partito della storia italiana, poi sono riaffiorati vecchie contraddizioni, i personalismi, insomma la situazione che sembra fatta apposta per alimentare la cattiveria dei media, che trovano molto più indolore attaccare noi piuttosto che vigilare sul governo. Ma resto convinto che senza il Partito democratico il riformismo in Italia non vincerà mai. Tutto quello che succede conferma la nostra scelta di investire nella vocazione maggioritaria. C’è ancora una grande spinta nella società per il Pd che abbiamo conosciuto alle primarie e alla manifestazione del 25 ottobre. Però questa spinta richiede a tutto il gruppo dirigente la capacità di tenere in armonia il pluralismo delle idee col senso di responsabilità. L’alternativa è tornare dove si stava prima, rifare due partiti del 16 e del 9%, metter su una coalizione che se per caso vince non riesce a governare. Se c’è questa tentazione, la considero un omicidio nei confronti della speranza riformista. La sfida è cambiare l’Italia. Perché non dobbiamo pensare che in Italia possa esserci, come in altri paesi, una maggioranza riformista e non solo una maggioranza antiberlusconiana? Sviluppiamo il Pd, poi verranno anche le alleanze. In questo anno di lavoro la cosa di cui sono più orgoglioso è aver cambiato l’approccio programmatico del Pd, abbiamo mandato in soffitta vecchie idee su lavoro, scuola, ambiente, pubblica amministrazione, giustizia, abbiamo rifatto l’alfabeto programmatico del centrosinistra, innovando e trovando una sintesi tra le diverse culture. Ma ci ricordiamo cos’erano i vecchi partiti? Erano inadeguati».
Eppure il segretario dell’Udc Cesa lancia ami agli ex della Margherita. E anche Casini, a quanto dicono i giornali. Secondo lei qualcuno abbocca?
«Trovo assolutamente ineducata la posizione del segretario dell’Udc, un partito che ha sempre avuto da noi rispetto e che altrettanto ne deve a noi. L’Udc sta decidendo di candidarsi in diverse parti d’Italia con la destra e altrove col centrosinistra, è una scelta legittima, che come Casini sa, ho sempre compreso. La sola idea che fondatori del Pd possano essere chiamati in causa per progetti diversi è, come loro stessi hanno detto, una stupidagine. Sono cose buone per il circuito mediatico».
Non le viene mai la tentazione mandare tutti al diavolo?
«Non ho il diritto di farlo. Anzi, ho più entusiasmo e determinazione che mai. Ho il dovere di corrispondere a un mandato, non solo a quello delle primarie, ma a quello dei 12 milioni che hanno votato per il Pd e per me alle elezioni. La sensazione, questa sì fastidiosa, è di fare il lavoro di Penelope. Ti occupi di economia, Alitalia, giustizia e il giorno dopo scopri che i giornali hanno solo cercato chi può dire una cosa contro il Pd o il segretario».
Lei ha fatto un appello all’unità in vista delle elezioni. Ma a volte sembra che qualcuno speri in un pessimo risultato per logorare la leadership.
«Ho fatto un appello all’unità, perchè lo vuole il buon senso, lo vorrebbe lo spirito con cui si è conclusa la direzione, ma soprattutto lo chiede il paese. Il mio invito è questo: immergere il partito nella crisi sociale che stiamo vivendo, portarlo fuori da questa interiorizzazione continua che che è una delle malattie profonde del centrosinistra. Un grande partito vive nel rapporto col paese reale, per questo chiedo ora e per i prossimi mesi a tutti i dirigenti locali e nazionali di usare le loro energie per contrastare gli altri e non per alimentare ogni giorno il disegno di chi punta a liquidare il Pd. La società italiana, il mondo occidentale, stanno male come mai da molti anni a questa parte: è il prodotto delle politiche della destra, che ne deve pagare il conto. Tutti i dati sono allarmanti e dicono che questa crisi seria e profonda significherà chiusura di fabbriche, laboratori, negozi. Impressiona invece la totale assenza di iniziativa del governo. Questo fa rabbia: ci sono tutte le condizioni per scatenare una grande iniziativa, e invece... ».
Si parla delle beghe interne del Pd.
«L’altro giorno abbiamo fatto una conferenza stampa sulla vicenda Alitalia, sui giornali zero. C’erano articoli, ma solo sulle diatribe interne. Mi fa rabbia perchè il governo è già in crisi. Iniziano ad accorgersene persino i commentatori. Guardiamo cosa accade su Malpensa, giustizia, federalismo. Da 3 mesi il governo non produce più nulla. Si è esaurita la fase dei fuochi d’artificio, vanno avanti coi decreti, nonostante i numeri di cui dispongono. È il segno di una difficoltà, e il paese sta cominciando a sentire che è stato preso in giro. Tra l’altro è un governo inerte anche di fronte a una crisi drammatica come quella mediorientale. Nessun peso, nessuna iniziativa, nessun ruolo. Hanno parlato e preso iniziative Sarkozy, Gordon Brown, Zapatero. Non si è avuta notizia di Berlusconi. Lui sembra preoccupato delle elezioni in Sardegna, non della pace in Medio oriente. È in campagna elettorale permanente, il paese avrebbe bisogno di un premier non di un candidato premier».
È sicuro che l’opinione pubblica percepisca le difficoltà del governo?
«La riduzione delle tasse non c’è stata. Il caso Alitalia-Malpensa appare nella sua cruda verità: una svendita in nome dell’italianità, una delle vicende più scandalose della storia del nostro paese. La sicurezza: per quanto si cerchi di far sparire questi temi dai giornali e per quanto Bruno Vespa non organizzi più trasmissioni sul tema, i fatti avvengono, specie nelle città oggi governate dalla destra. I reati sono aumentati. Immigrazione, i flussi sono aumentati. Sulla crisi Berlusconi è fermo, sventola le collane che acquista, ma questo è ottimismo da carosello».
Voi avevate fatto delle proposte. Che fine hanno fatto?
«Ci siamo comportati come fa una grande forza nazionale di fronte ad una crisi che sta impoverendo il paese: abbiamo detto e ribadiamo che ci vogliono interventi per i pensionati, per la piccola e media impresa e per garantire quegli operai che perdono il lavoro, magari a 50 anni. Tutto il partito si deve dedicare alla costruzione di un movimento che aiuti i giovani precari italiani a organizzarsi contro quel rischio di licenziamento che si è sostituito alla speranza di stabilizzazione del lavoro. Alla direzione abbiamo avanzato una proposta sul welfare per garantire che un precario che perde il lavoro non resti a zero euro».
Invece?
«Non se ne è fatto nulla. Ci vuole un altro passo. Serve un piano strategico sulle aree più provate, interventi su precari, pensionati, salari, piccola e media impresa. Un piano di infrastrutture: non è possibile che il nord si blocchi se nevica. Guardiamo cosa ha fatto Obama: mille euro di sconto fiscale per ogni famiglia americana. Quella è la strada giusta, non è demagogia».
Secondo lei perchè un governo e un premier che si professano decisionisti fanno poco di fronte alla crisi?
«Hanno sbagliato le previsioni e la manovra finanziaria, basta pensare al grottesco degli incentivi sugli straordinari. E poi la loro non è la cultura dell’equità sociale, sono e restano liberisti, nonostante abbiano rispolverato Keynes. Dentro la loro cultura c’è spazio solo per chi ha»
Politicamente Berlusconi resta forte.
«Il governo pattina. Il premier vive tra gli ultimatum di Lega e An. Aveva annunciato due nuovi ministri e ha dovuto rinunciare, non sono in grado nemmeno di far dimettere il senatore Villari dopo aver preso un impegno con l’opposizione su un nome condiviso».
Fini ha fatto delle proposte sulla giustizia: riforma condivisa, no alla seprazione delle carriere.
Che direte?
«Il presidente Napolitano ha più volte rivolto un appello affinché si cooperi per affrontare in Parlamento le grandi questioni del Paese. Io sono in sintonia con quell’appello, lo ero in campagna elettorale lo sono restato dopo. Il presidente Fini ha avanzato proposte sulla giustizia molto diverse dalle urla confuse del governo. Alcune di queste coincidono con le nostre, ispirate al principio di una giustizia che funzioni per cittadini e imprese, fondata su indipendenza della magistratura e garanzia dei diritti. Su questa base si potrà lavorare e confermo la nostra disponibilità a farlo. Come pure sul pacchetto di proposte di riforme istituzionali elaborate la scorsa legislatura: riduzione del numero dei parlamentari, una Camera legislativa, Senato delle Regioni. Si può approvare un pacchetto innovativo, che per altro considero indissolubilmente legato alla discussione sul federalismo alla quale abbiamo responsabilmente contribuito».
Veltroni: "Occupiamoci dell'Italia, il governo ha fallito. Basta farsi male da soli"
Intervista a l'Unità: governo fermo su crisi e sicurezzafonte Intervista di Bruno Miserendino - L'Unità In una lunga intervista a l'Unità, pubblicata l'11 gennaio il segretario del PD fa appello ai dirigenti del partito: il governo è in crisi, serve occuparsi dei problemi reali.Pubblichiamo l'intervista integrale.Walter Veltroni: "Il governo ha fallito, ma se il Pd si divide non vinceremo mai"«Faccio ancora una volta un appello al Pd e ai suoi dirigenti: occupiamoci dell'Italia, siamo al paradosso di una destra che attacca il Pd e del Pd che attacca se stesso, per di più nel momento più drammatico, dal punto di vista sociale, della nostra storia più recente. A volte mi sento Penelope», ammette il segretario. Nessuno, dice, abboccherà agli ami lanciati da Cesa e Casini: «Le persone a cui ineducatamente l'Udc si è rivolta sono tra i fondatori del Pd». Veltroni vede «un governo inerte, che da tre mesi non produce più nulla». Fermo sull'economia, senza ruolo e senza iniziativa sulla crisi mediorientale. «Si sono mossi tutti i premier, Berlusconi si occupa delle elezioni in Sardegna. È in perenne campagna elettorale, all'Italia serve un premier non un candidato premier». A Fini che sulla giustizia ha fatto proposte alternative a quelle del governo, Veltroni dice: «È la strada giusta, noi siamo pronti».
Segretario, è cominciato l’anno ma il vecchio virus non sembra debellato. Anzi, ormai si parla di scissione, di ritorno alle proprie case d’origine. Questo rischio c’è?
«No, non c’è. C’è chi non nasconde questo desiderio, i nostri avversari. È il Pd l’ossessione per chi vuole che questo paese non cambi mai e invece è proprio lì che bisogna investire tutte le nostre energie, perchè mai l’Italia ha conosciuto un partito riformista di queste dimensioni. Dopo l’estate avevamo ripreso lo slancio, quella del 25 ottobre era stata la più grande manifestazione di partito della storia italiana, poi sono riaffiorati vecchie contraddizioni, i personalismi, insomma la situazione che sembra fatta apposta per alimentare la cattiveria dei media, che trovano molto più indolore attaccare noi piuttosto che vigilare sul governo. Ma resto convinto che senza il Partito democratico il riformismo in Italia non vincerà mai. Tutto quello che succede conferma la nostra scelta di investire nella vocazione maggioritaria. C’è ancora una grande spinta nella società per il Pd che abbiamo conosciuto alle primarie e alla manifestazione del 25 ottobre. Però questa spinta richiede a tutto il gruppo dirigente la capacità di tenere in armonia il pluralismo delle idee col senso di responsabilità. L’alternativa è tornare dove si stava prima, rifare due partiti del 16 e del 9%, metter su una coalizione che se per caso vince non riesce a governare. Se c’è questa tentazione, la considero un omicidio nei confronti della speranza riformista. La sfida è cambiare l’Italia. Perché non dobbiamo pensare che in Italia possa esserci, come in altri paesi, una maggioranza riformista e non solo una maggioranza antiberlusconiana? Sviluppiamo il Pd, poi verranno anche le alleanze. In questo anno di lavoro la cosa di cui sono più orgoglioso è aver cambiato l’approccio programmatico del Pd, abbiamo mandato in soffitta vecchie idee su lavoro, scuola, ambiente, pubblica amministrazione, giustizia, abbiamo rifatto l’alfabeto programmatico del centrosinistra, innovando e trovando una sintesi tra le diverse culture. Ma ci ricordiamo cos’erano i vecchi partiti? Erano inadeguati».
Eppure il segretario dell’Udc Cesa lancia ami agli ex della Margherita. E anche Casini, a quanto dicono i giornali. Secondo lei qualcuno abbocca?
«Trovo assolutamente ineducata la posizione del segretario dell’Udc, un partito che ha sempre avuto da noi rispetto e che altrettanto ne deve a noi. L’Udc sta decidendo di candidarsi in diverse parti d’Italia con la destra e altrove col centrosinistra, è una scelta legittima, che come Casini sa, ho sempre compreso. La sola idea che fondatori del Pd possano essere chiamati in causa per progetti diversi è, come loro stessi hanno detto, una stupidagine. Sono cose buone per il circuito mediatico».
Non le viene mai la tentazione mandare tutti al diavolo?
«Non ho il diritto di farlo. Anzi, ho più entusiasmo e determinazione che mai. Ho il dovere di corrispondere a un mandato, non solo a quello delle primarie, ma a quello dei 12 milioni che hanno votato per il Pd e per me alle elezioni. La sensazione, questa sì fastidiosa, è di fare il lavoro di Penelope. Ti occupi di economia, Alitalia, giustizia e il giorno dopo scopri che i giornali hanno solo cercato chi può dire una cosa contro il Pd o il segretario».
Lei ha fatto un appello all’unità in vista delle elezioni. Ma a volte sembra che qualcuno speri in un pessimo risultato per logorare la leadership.
«Ho fatto un appello all’unità, perchè lo vuole il buon senso, lo vorrebbe lo spirito con cui si è conclusa la direzione, ma soprattutto lo chiede il paese. Il mio invito è questo: immergere il partito nella crisi sociale che stiamo vivendo, portarlo fuori da questa interiorizzazione continua che che è una delle malattie profonde del centrosinistra. Un grande partito vive nel rapporto col paese reale, per questo chiedo ora e per i prossimi mesi a tutti i dirigenti locali e nazionali di usare le loro energie per contrastare gli altri e non per alimentare ogni giorno il disegno di chi punta a liquidare il Pd. La società italiana, il mondo occidentale, stanno male come mai da molti anni a questa parte: è il prodotto delle politiche della destra, che ne deve pagare il conto. Tutti i dati sono allarmanti e dicono che questa crisi seria e profonda significherà chiusura di fabbriche, laboratori, negozi. Impressiona invece la totale assenza di iniziativa del governo. Questo fa rabbia: ci sono tutte le condizioni per scatenare una grande iniziativa, e invece... ».
Si parla delle beghe interne del Pd.
«L’altro giorno abbiamo fatto una conferenza stampa sulla vicenda Alitalia, sui giornali zero. C’erano articoli, ma solo sulle diatribe interne. Mi fa rabbia perchè il governo è già in crisi. Iniziano ad accorgersene persino i commentatori. Guardiamo cosa accade su Malpensa, giustizia, federalismo. Da 3 mesi il governo non produce più nulla. Si è esaurita la fase dei fuochi d’artificio, vanno avanti coi decreti, nonostante i numeri di cui dispongono. È il segno di una difficoltà, e il paese sta cominciando a sentire che è stato preso in giro. Tra l’altro è un governo inerte anche di fronte a una crisi drammatica come quella mediorientale. Nessun peso, nessuna iniziativa, nessun ruolo. Hanno parlato e preso iniziative Sarkozy, Gordon Brown, Zapatero. Non si è avuta notizia di Berlusconi. Lui sembra preoccupato delle elezioni in Sardegna, non della pace in Medio oriente. È in campagna elettorale permanente, il paese avrebbe bisogno di un premier non di un candidato premier».
È sicuro che l’opinione pubblica percepisca le difficoltà del governo?
«La riduzione delle tasse non c’è stata. Il caso Alitalia-Malpensa appare nella sua cruda verità: una svendita in nome dell’italianità, una delle vicende più scandalose della storia del nostro paese. La sicurezza: per quanto si cerchi di far sparire questi temi dai giornali e per quanto Bruno Vespa non organizzi più trasmissioni sul tema, i fatti avvengono, specie nelle città oggi governate dalla destra. I reati sono aumentati. Immigrazione, i flussi sono aumentati. Sulla crisi Berlusconi è fermo, sventola le collane che acquista, ma questo è ottimismo da carosello».
Voi avevate fatto delle proposte. Che fine hanno fatto?
«Ci siamo comportati come fa una grande forza nazionale di fronte ad una crisi che sta impoverendo il paese: abbiamo detto e ribadiamo che ci vogliono interventi per i pensionati, per la piccola e media impresa e per garantire quegli operai che perdono il lavoro, magari a 50 anni. Tutto il partito si deve dedicare alla costruzione di un movimento che aiuti i giovani precari italiani a organizzarsi contro quel rischio di licenziamento che si è sostituito alla speranza di stabilizzazione del lavoro. Alla direzione abbiamo avanzato una proposta sul welfare per garantire che un precario che perde il lavoro non resti a zero euro».
Invece?
«Non se ne è fatto nulla. Ci vuole un altro passo. Serve un piano strategico sulle aree più provate, interventi su precari, pensionati, salari, piccola e media impresa. Un piano di infrastrutture: non è possibile che il nord si blocchi se nevica. Guardiamo cosa ha fatto Obama: mille euro di sconto fiscale per ogni famiglia americana. Quella è la strada giusta, non è demagogia».
Secondo lei perchè un governo e un premier che si professano decisionisti fanno poco di fronte alla crisi?
«Hanno sbagliato le previsioni e la manovra finanziaria, basta pensare al grottesco degli incentivi sugli straordinari. E poi la loro non è la cultura dell’equità sociale, sono e restano liberisti, nonostante abbiano rispolverato Keynes. Dentro la loro cultura c’è spazio solo per chi ha»
Politicamente Berlusconi resta forte.
«Il governo pattina. Il premier vive tra gli ultimatum di Lega e An. Aveva annunciato due nuovi ministri e ha dovuto rinunciare, non sono in grado nemmeno di far dimettere il senatore Villari dopo aver preso un impegno con l’opposizione su un nome condiviso».
Fini ha fatto delle proposte sulla giustizia: riforma condivisa, no alla seprazione delle carriere.
Che direte?
«Il presidente Napolitano ha più volte rivolto un appello affinché si cooperi per affrontare in Parlamento le grandi questioni del Paese. Io sono in sintonia con quell’appello, lo ero in campagna elettorale lo sono restato dopo. Il presidente Fini ha avanzato proposte sulla giustizia molto diverse dalle urla confuse del governo. Alcune di queste coincidono con le nostre, ispirate al principio di una giustizia che funzioni per cittadini e imprese, fondata su indipendenza della magistratura e garanzia dei diritti. Su questa base si potrà lavorare e confermo la nostra disponibilità a farlo. Come pure sul pacchetto di proposte di riforme istituzionali elaborate la scorsa legislatura: riduzione del numero dei parlamentari, una Camera legislativa, Senato delle Regioni. Si può approvare un pacchetto innovativo, che per altro considero indissolubilmente legato alla discussione sul federalismo alla quale abbiamo responsabilmente contribuito».
sabato 10 gennaio 2009
L'ILLUMINISTA DEL '900
10 gennaio 2009 MAGAZINE - Copertina
L'illuminista del '900
5 anni fa moriva Norberto Bobbio, dopo una vita controcorrente. A 5 anni dalla morte di Norberto Bobbio e nel centenario della nascita ancora vive sono le riflessioni del filosofo della politica e del diritto che hanno accompagnato non solo la storia italiana del '900 ma un secolo, quello passato, dall'evoluzione complessa e solo apparentemene lineare. Tra i padri illustri del pensiero riformista in Italia, pensatore autentico dalla proverbiale chiarezza definitoria, Bobbio sfugge però allo schema della definizione, costantemente a cavallo tra passione civile e pensiero concettuale, tra morale e ragione. Un "illuminista pessimista", come amava definirsi, pensatore capace di coniugare il razionalismo del metodo, a lui assolutamente caro, con l'impegno critico. Un intellettuale capace anche di fare i conti con il proprio passato, di accettare quelle contraddizioni di una vita che i detrattori enfatizzano, gli estimatori dimenticano, ma che fanno parte della vita di tutti.Torinese di nascita e di mentalità, Norberto Bobbio fu giovane studente, compagno di liceo di Cesare Pavese, Leone Ginzburg e Arnoldo Foa, "diviso" come disse lui stesso "tra un convinto fascismo patriottico in famiglia e un altrettanto fermo antifascismo appreso nella scuola, con insegnanti noti antifascisti e compagni altrettanto intransigenti antifascisti". "Sono stato fascista tra i fascisti, e antifascista tra gli antifascisti" disse nel '99 a Eugenio Scalfari. Fu poi professore universitario, giovanissmo, la cui passione per lo studio e l'insegnamento lo spinsero a scrivere una lettera al Duce, in cui chiede che l'ammonizione dovuta ad un suo precedente arresto per frequentazione di ambienti antifascisti non pesasse sulla carriera accademica. Ma è sempre in quel periodo dedicato allo studio, alla lettura e all'insegnamento che Bobbio cementò amicizie durate una vita, come quella con Vittorio Foa, politico per vocazione nonchè compagno di serate in osteria.Un intellettuale spesso controcorrente, capace di indirizzare la riflessione politica verso strade nuove. Come disse Gustavo Zagrebelski Bobbio pensa e insegna a pensare per dicotomie: pubblico-privato Stato-società, libertà-giustizia, individuale-collettivo, fascismo comunismo, libertà e uguaglianza, ma come due aspetti divisi e allo stesso tempo intimamente connessi. Capace di riaprire contraddizioni che si pensavano risolte e di trovare dicotomia in ciò che appare semplice. Come nel dopoguerra quando l'impegno di Bobbio si sofferma su europeismo e pacifismo, sul superamento della contrapposizione ideologica in nome dell'indipendenza del pensiero dalla politca, seppur non della politica dal pensiero, e del dialogo tra intellettuali, compresi molti apaprtenenti all'area comunista, come Berlinguer e Togliatti. Famoso in questo senso l'incipit di "Politica e cultura", libro del 1955: "Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dubbi, non già di raccogliere certezze". Controcorrente anche quando nel 1994, dopo Tangentopoli e la fine della prima Repubblica, all'età di 85 anni, riscopriva la distinzione tra destra e sinistra, per poi andare oltre. La sinistra come costante riferimento all'uguaglianza, laddove la destra si basa sulla valorizzazione delle disuguaglianza. O quando nel 1989 si scaglia contro chi gioisce della caduta del comunismo: "O illusi! Credete proprio che la fine del comunismo storico, e insisto sullo storico, abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia? La democrazia ha vinto la sfida del comunismo storico, lo ammettiamo, ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista?".Ma Norberto Bobbio fu soprattutto amante appassionato e razionale della democrazia, della libertà, della pace e dei diritti umani. Come nell'introduzione al "De Cive" di Hobbes in cui scrive "mentre la guerra è il prodotto di un'inclinazione naturale la pace è un dettame della ragione" e individua nel rispetto dei diritti umani la strada da seguire "se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione". Un'intellettuale aperto al dialogo, capace di superare, pur riconoscendole, contraddizione apparentemente insanabili. Dall'opera di una vita di uno dei più grandi intellettuali italiani del '900 è forse questo l'insegnamentio più prezioso del grande filosofo politico che disse: "Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare. E poiché sono in vena di confessioni, ne faccio ancora una, forse supeflua: detesto i fanatici con tutta l'anima."
L'illuminista del '900
5 anni fa moriva Norberto Bobbio, dopo una vita controcorrente. A 5 anni dalla morte di Norberto Bobbio e nel centenario della nascita ancora vive sono le riflessioni del filosofo della politica e del diritto che hanno accompagnato non solo la storia italiana del '900 ma un secolo, quello passato, dall'evoluzione complessa e solo apparentemene lineare. Tra i padri illustri del pensiero riformista in Italia, pensatore autentico dalla proverbiale chiarezza definitoria, Bobbio sfugge però allo schema della definizione, costantemente a cavallo tra passione civile e pensiero concettuale, tra morale e ragione. Un "illuminista pessimista", come amava definirsi, pensatore capace di coniugare il razionalismo del metodo, a lui assolutamente caro, con l'impegno critico. Un intellettuale capace anche di fare i conti con il proprio passato, di accettare quelle contraddizioni di una vita che i detrattori enfatizzano, gli estimatori dimenticano, ma che fanno parte della vita di tutti.Torinese di nascita e di mentalità, Norberto Bobbio fu giovane studente, compagno di liceo di Cesare Pavese, Leone Ginzburg e Arnoldo Foa, "diviso" come disse lui stesso "tra un convinto fascismo patriottico in famiglia e un altrettanto fermo antifascismo appreso nella scuola, con insegnanti noti antifascisti e compagni altrettanto intransigenti antifascisti". "Sono stato fascista tra i fascisti, e antifascista tra gli antifascisti" disse nel '99 a Eugenio Scalfari. Fu poi professore universitario, giovanissmo, la cui passione per lo studio e l'insegnamento lo spinsero a scrivere una lettera al Duce, in cui chiede che l'ammonizione dovuta ad un suo precedente arresto per frequentazione di ambienti antifascisti non pesasse sulla carriera accademica. Ma è sempre in quel periodo dedicato allo studio, alla lettura e all'insegnamento che Bobbio cementò amicizie durate una vita, come quella con Vittorio Foa, politico per vocazione nonchè compagno di serate in osteria.Un intellettuale spesso controcorrente, capace di indirizzare la riflessione politica verso strade nuove. Come disse Gustavo Zagrebelski Bobbio pensa e insegna a pensare per dicotomie: pubblico-privato Stato-società, libertà-giustizia, individuale-collettivo, fascismo comunismo, libertà e uguaglianza, ma come due aspetti divisi e allo stesso tempo intimamente connessi. Capace di riaprire contraddizioni che si pensavano risolte e di trovare dicotomia in ciò che appare semplice. Come nel dopoguerra quando l'impegno di Bobbio si sofferma su europeismo e pacifismo, sul superamento della contrapposizione ideologica in nome dell'indipendenza del pensiero dalla politca, seppur non della politica dal pensiero, e del dialogo tra intellettuali, compresi molti apaprtenenti all'area comunista, come Berlinguer e Togliatti. Famoso in questo senso l'incipit di "Politica e cultura", libro del 1955: "Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dubbi, non già di raccogliere certezze". Controcorrente anche quando nel 1994, dopo Tangentopoli e la fine della prima Repubblica, all'età di 85 anni, riscopriva la distinzione tra destra e sinistra, per poi andare oltre. La sinistra come costante riferimento all'uguaglianza, laddove la destra si basa sulla valorizzazione delle disuguaglianza. O quando nel 1989 si scaglia contro chi gioisce della caduta del comunismo: "O illusi! Credete proprio che la fine del comunismo storico, e insisto sullo storico, abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia? La democrazia ha vinto la sfida del comunismo storico, lo ammettiamo, ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista?".Ma Norberto Bobbio fu soprattutto amante appassionato e razionale della democrazia, della libertà, della pace e dei diritti umani. Come nell'introduzione al "De Cive" di Hobbes in cui scrive "mentre la guerra è il prodotto di un'inclinazione naturale la pace è un dettame della ragione" e individua nel rispetto dei diritti umani la strada da seguire "se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione". Un'intellettuale aperto al dialogo, capace di superare, pur riconoscendole, contraddizione apparentemente insanabili. Dall'opera di una vita di uno dei più grandi intellettuali italiani del '900 è forse questo l'insegnamentio più prezioso del grande filosofo politico che disse: "Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare. E poiché sono in vena di confessioni, ne faccio ancora una, forse supeflua: detesto i fanatici con tutta l'anima."
VELTRONI: SULLA GIUSTIZIA DA FINI PAROLE CONDIVISIBILI.
10 gennaio 2009 PRIMO PIANO - Flash news
Veltroni: "Sulla giustizia da Fini parole condivisibili"
12.57 AGIIl leader del Pd Walter Veltroni apre le porte al dialogo ed apprezza le parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini che auspica un riforma della Giustizia da realizzare con un vasto consenso parlamentare. "Nella sua lettera al Corriere della Sera il presidente Fini - spiega Veltroni - esprime alcune considerazioni condivisibili sulla riforma della giustizia. Se lo spirito della maggioranza sara' davvero quello espresso oggi da Fini credo si possano finalmente realizzare le condizioni per arrivare in Parlamento ad una riforma condivisa, che non sia oggetto di scontro e contrapposizione. Le parole del presidente della Camera sono pero' molto diverse dall'atteggiamento tenuto fin qui dal presidente del Consiglio e dal governo e attendiamo di capire quale sia la reale posizione della destra in materia. Il Partito democratico, dal canto suo, ha sempre messo al centro della sua attenzione il diritto dei cittadini ad avere procedimenti giusti, certi e veloci e in questa direzione ha sempre mosso le sue organiche proposte, definite nella recente conferenza nazionale che e' stata un'occasione feconda di confronto tra tutte le componenti del mondo della giustizia. Ogni riforma in materia, specie se di rango costituzionale, deve comunque essere diretta a far funzionare davvero la giustizia e a rafforzare e non indebolire l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati dal potere politico irrobustendo al tempo stesso le garanzie e la tutela dei diritti dei cittadini".
Veltroni: "Sulla giustizia da Fini parole condivisibili"
12.57 AGIIl leader del Pd Walter Veltroni apre le porte al dialogo ed apprezza le parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini che auspica un riforma della Giustizia da realizzare con un vasto consenso parlamentare. "Nella sua lettera al Corriere della Sera il presidente Fini - spiega Veltroni - esprime alcune considerazioni condivisibili sulla riforma della giustizia. Se lo spirito della maggioranza sara' davvero quello espresso oggi da Fini credo si possano finalmente realizzare le condizioni per arrivare in Parlamento ad una riforma condivisa, che non sia oggetto di scontro e contrapposizione. Le parole del presidente della Camera sono pero' molto diverse dall'atteggiamento tenuto fin qui dal presidente del Consiglio e dal governo e attendiamo di capire quale sia la reale posizione della destra in materia. Il Partito democratico, dal canto suo, ha sempre messo al centro della sua attenzione il diritto dei cittadini ad avere procedimenti giusti, certi e veloci e in questa direzione ha sempre mosso le sue organiche proposte, definite nella recente conferenza nazionale che e' stata un'occasione feconda di confronto tra tutte le componenti del mondo della giustizia. Ogni riforma in materia, specie se di rango costituzionale, deve comunque essere diretta a far funzionare davvero la giustizia e a rafforzare e non indebolire l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati dal potere politico irrobustendo al tempo stesso le garanzie e la tutela dei diritti dei cittadini".
IL GRANDE BLUFF
9 gennaio 2009 MAGAZINE - Articolo
Il grande bluff
Crolla il castello di carte del governo sulla percezione di sicurezza
Una recente indagine condotta dall'Espresso illustra come il problema della sicurezza, cavallo di Troia del governo Berlusconi, non è stato affatto risolto e che, anzi, i dati dimostrano come i risultati tanto sbandierati dalla destra sono un clamoroso bluff. La ricerca condotta da Gianluca di Feo ha evidenziato un aumento del numero degli stupri, delle rapine nei negozi e degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane.Allora come è possibile che l'opinione pubblica non sappia nulla? Molto semplice, è perché nessun organo di stampa, soprattutto la televisione, ne parla! Nessuno ad esempio dice che il flusso di miglioramento della lotta contro il crimine è iniziato durante il governo Prodi e che i dati sbandierati dal governo sono parziali perché riferiti solo al periodo 2007, uno tra gli anni peggiori della nostra Repubblica per numero di crimini come conseguenza del famigerato indulto.A maggior ragione, non si mette in risalto che sono aumentati il numero degli sbarchi dei clandestini (36mila nel 2008) e delle violenze contro le donne che sono stati al centro delle recenti campagne elettorali e che hanno orientato, con la strategia della paura e dell'insicurezza, molti dei cosiddetti voti incerti o del populismo più facile.Gli sbarchi aumentano a Natale, e i Tg parlano dei regali da mettere sotto l'albero. Ragazze vengono stuprate a feste di capodanno e i Tg si concentrano su zampone e cotechino in attesa dell'arrivo dei saldi. C'è quindi un evidente discrasia tra sicurezza e percezione di sicurezza. E nel gioco delle parole il governo e la maggioranza sono indubbiamente maestri di comunicazione. Esempi lampanti vengono forniti dai dati sulle rapine. Il governo annuncia il crollo delle rapine in banca e se ne vanta. Ma non dichiara che il merito va dato soprattutto agli stessi istituti di credito che hanno inaugurato manovre molto sicure e più rigide per la prevenzione delle rapine. L'attenzione si concentra quindi solo sugli elementi positivi per le banche tralasciando di rimarcare che la criminalità, scoraggiata dagli insuccessi bancari, preferisce dedicarsi ad altri tipi di lucro criminale come le rapine negli uffici postali, nei supermercati e nei negozi. Sarà poi merito dei comunicatori quello di spostare nuovamente il bersaglio delle critiche su nuove vittime. Le rapine? Colpa degli extracomunitari rumeni! Ma i rumeni sono in Europa! Beh allora noi procediamo con le espulsioni.Roma da pochi giorni è stata tappezzata di manifesti con la scritta “6218 espulsioni nel 2008” a firma Alleanza Nazionale. Alemanno, da un sondaggio Ipsos, guadagna 9 punti di percentuale grazie alla sua condotta nei giorni della piena del Tevere. Sembra chiaro che Roma sia una città più sicura, ma così non è e i dati dell'indagine dell'Espresso parlano chiari. È semplicemente un elemento di percezione. Le seimila espulsioni – se poi ci sono state davvero – fanno sentire più tranquillo chi ha bisogno di sentirselo dire, a prescindere se poi sono state effettive le espulsioni stesse. E poco importa se la città culla della “cultura” millenaria non investe affatto sulla “cultura”.La stessa cosa succede a Milano dove a fronte del peggioramento di tutti i dati relativi alla criminalità, il sindaco Moratti preferisce utilizzare 600 militari dell'esercito per spalare la neve.Insomma è solo una questione climatica e di visuale. C'è chi parla di bluff climatico, alla faccia di Al Gore e del surriscaldamento del pianeta. E c'è chi dimostra che sia la comunicazione di Berlusconi un grande bluff
Il grande bluff
Crolla il castello di carte del governo sulla percezione di sicurezza
Una recente indagine condotta dall'Espresso illustra come il problema della sicurezza, cavallo di Troia del governo Berlusconi, non è stato affatto risolto e che, anzi, i dati dimostrano come i risultati tanto sbandierati dalla destra sono un clamoroso bluff. La ricerca condotta da Gianluca di Feo ha evidenziato un aumento del numero degli stupri, delle rapine nei negozi e degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane.Allora come è possibile che l'opinione pubblica non sappia nulla? Molto semplice, è perché nessun organo di stampa, soprattutto la televisione, ne parla! Nessuno ad esempio dice che il flusso di miglioramento della lotta contro il crimine è iniziato durante il governo Prodi e che i dati sbandierati dal governo sono parziali perché riferiti solo al periodo 2007, uno tra gli anni peggiori della nostra Repubblica per numero di crimini come conseguenza del famigerato indulto.A maggior ragione, non si mette in risalto che sono aumentati il numero degli sbarchi dei clandestini (36mila nel 2008) e delle violenze contro le donne che sono stati al centro delle recenti campagne elettorali e che hanno orientato, con la strategia della paura e dell'insicurezza, molti dei cosiddetti voti incerti o del populismo più facile.Gli sbarchi aumentano a Natale, e i Tg parlano dei regali da mettere sotto l'albero. Ragazze vengono stuprate a feste di capodanno e i Tg si concentrano su zampone e cotechino in attesa dell'arrivo dei saldi. C'è quindi un evidente discrasia tra sicurezza e percezione di sicurezza. E nel gioco delle parole il governo e la maggioranza sono indubbiamente maestri di comunicazione. Esempi lampanti vengono forniti dai dati sulle rapine. Il governo annuncia il crollo delle rapine in banca e se ne vanta. Ma non dichiara che il merito va dato soprattutto agli stessi istituti di credito che hanno inaugurato manovre molto sicure e più rigide per la prevenzione delle rapine. L'attenzione si concentra quindi solo sugli elementi positivi per le banche tralasciando di rimarcare che la criminalità, scoraggiata dagli insuccessi bancari, preferisce dedicarsi ad altri tipi di lucro criminale come le rapine negli uffici postali, nei supermercati e nei negozi. Sarà poi merito dei comunicatori quello di spostare nuovamente il bersaglio delle critiche su nuove vittime. Le rapine? Colpa degli extracomunitari rumeni! Ma i rumeni sono in Europa! Beh allora noi procediamo con le espulsioni.Roma da pochi giorni è stata tappezzata di manifesti con la scritta “6218 espulsioni nel 2008” a firma Alleanza Nazionale. Alemanno, da un sondaggio Ipsos, guadagna 9 punti di percentuale grazie alla sua condotta nei giorni della piena del Tevere. Sembra chiaro che Roma sia una città più sicura, ma così non è e i dati dell'indagine dell'Espresso parlano chiari. È semplicemente un elemento di percezione. Le seimila espulsioni – se poi ci sono state davvero – fanno sentire più tranquillo chi ha bisogno di sentirselo dire, a prescindere se poi sono state effettive le espulsioni stesse. E poco importa se la città culla della “cultura” millenaria non investe affatto sulla “cultura”.La stessa cosa succede a Milano dove a fronte del peggioramento di tutti i dati relativi alla criminalità, il sindaco Moratti preferisce utilizzare 600 militari dell'esercito per spalare la neve.Insomma è solo una questione climatica e di visuale. C'è chi parla di bluff climatico, alla faccia di Al Gore e del surriscaldamento del pianeta. E c'è chi dimostra che sia la comunicazione di Berlusconi un grande bluff
venerdì 9 gennaio 2009
IANNUZZI: LE REGISTRAZIONI? NON CONTENGONO NULLA DI COMPROMETTENTE>>
l'intervista
Iannuzzi: «Le registrazioni? Non contengono nulla di compromettente»
Il segretario regionale del Pd: «Il quell'incontro espressi unicamente sereni giudizi politici. Da tutti e tre»
Tino Iannuzzi
NAPOLI — All'incontro organizzato a Palazzo San Giacomo e poi registrato dalla sindaca Iervolino, il segretario regionale del Pd Tino Iannuzzi era andato con le migliori intenzioni.
Per quadrare il cerchio, si direbbe in gergo.
Per «uscire dall'impasse politico-istituzionale», dice lui.
E ammette: «Avverto tutto il peso della responsabilità di guidare un partito che ha alimentato ed alimenta tante speranze, ma che deve fare molto di più per essere la grande novità della politica campana. C'è l'orgoglio personale di aver contribuito a costruire un partito che ha saputo attuare una linea rigorosa e ferma per far vincere la legalità».
Ma soprattutto avverte: «Abbiamo tutti noi il dovere di elevare la qualità del nostro impegno ricordando che i ruoli nel partito e nelle istituzioni non sono una professione a vita ma un servizio circoscritto nel tempo, pronti a tornare al nostro lavoro e alla nostra attività».
Il neocommissario Morando ha chiesto di non pubblicare la registrazione dell'incontro. È d'accordo?
«Sono d'accordo, come lo è Nicolais ».
Ma cosa vi siete detti? Cose tanto compromettenti?
«Ma no, abbiamo espresso unicamente sereni giudizi politici. Tutti e tre. Per questo ritengo necessario porre la parola fine a questa sconcertante vicenda per concentrarci tutti, con ogni energia, sulle vere esigenze e sui tanti problemi della città di Napoli e della Campania. Occorre inoltre rivolgere ogni attenzione al rilancio del Partito democratico puntando decisamente sulla crescita della nostra capacità di proposta e alla individuazione di nuovi ed autorevoli gruppi dirigenti».
Come giudica la nuova giunta comunale?
«In queste settimane ho sostenuto la necessità di realizzare un rinnovamento sostanziale e profondo della compagine di governo cittadino nel segno della qualità e delle eccellenze. Ho anche ribadito più volte che andavano individuate grandi priorità programmatiche, a cominciare dalla definizione di un quadro preciso di opere pubbliche da realizzare in tempi certi e ravvicinati e dal miglioramento della vivibilità quotidiana. Con la formazione della giunta è stato attuato il rinnovamento ritenuto possibile dal sindaco nella sua responsabilità e nell'autonomia delle scelte e delle prerogative che le competono. Ora la parola deve passare ai fatti».
Può essere più diretto?
«Attendiamo che la giunta si attivi sulle questioni concrete con atti di buon governo e di buona amministrazione per ricostruire quel rapporto di fiducia con i cittadini che si è indubbiamente indebolito. Occorrono ulteriori e forti segnali di innovazione per aprire una fase di rilancio».
Intanto Gino Nicolais si è dimesso e il partito provinciale è stato commissariato.
«Sono dispiaciuto delle dimissioni di Gino che con capacità d'innovazione ha svolto un lavoro qualificato ed intenso per la costruzione del Pd nella provincia di Napoli. Commissario è un uomo autorevole e competente come Enrico Morando con cui lavoreremo in stretta e convinta sinergia. Dobbiamo procedere a grandi passi verso il partito nuovo e popolare, radicato sul territorio ed aperto ai mondi vitali delle comunità campane».
Il primo scoglio, che in questo momento assomiglia ad un iceberg, sono le elezioni provinciali.
«Un appuntamento decisivo per il ruolo ed il futuro del Pd. Sulla scia della giusta innovazione di Veltroni va definita un'alleanza chiara, nuova e diversa. Un'alleanza costruita sulla base di programmi precisi e vincolanti allo scopo non solo di vincere le elezioni ma anche di attuare con puntualità e senza incertezze i progetti concordati. Con le forze politiche con le quali stringeremo il nuovo patto di fiducia sceglieremo il candidato presidente attraverso le primarie. Le nostre liste dovranno essere rappresentative della realtà napoletana, coniugando presenza attiva sui territori, capacità di attrarre nuove risorse ed adeguata attenzione alla vasta area moderata e a quel mondo cattolico che sono pilastri della nostra società e che sono decisivi per la sfida elettorale che abbiamo innanzi ».
A proposito di elezioni: crede che la Iervolino possa candidarsi alle europee?
«Il sindaco ha manifestato la volontà di continuare la consiliatura sino alla sua scadenza naturale».
Quindi no. E pensa che lo possa fare Bassolino?
«Il presidente Bassolino è impegnato con la giunta regionale a realizzare una serie di provvedimenti prioritari e fondamentali in questa fase finale di legislatura. In primo luogo l'utilizzazione efficiente e puntuale dei fondi europei in grandi e visibili priorità evitando dispersione di risorse e frammentazioni d'intervento. Occorre proseguire sulla via di una sanità al servizio dei cittadini eliminando ogni spreco e inutili risorse a consulenze esterne. È indispensabile tagliare i tempi delle decisioni ed eliminare assurdi ingorghi burocratici. Pertanto non si pone la questione della candidatura alle europee».
Quali sono i nodi politici dei prossimi giorni?
«Stiamo preparando la conferenza programmatica di febbraio. Proiettandoci sul terreno della proposta possiamo sviluppare una competizione virtuosa al nostro interno e daremo la dimostrazione di un partito davvero diverso e vicino ai cittadini. Basta con le continue polemiche, i conflitti che si ripetono e i polveroni che si sollevano ad ogni pie' sospinto».
Simona Brandolini 08 gennaio 2009
Iannuzzi: «Le registrazioni? Non contengono nulla di compromettente»
Il segretario regionale del Pd: «Il quell'incontro espressi unicamente sereni giudizi politici. Da tutti e tre»
Tino Iannuzzi
NAPOLI — All'incontro organizzato a Palazzo San Giacomo e poi registrato dalla sindaca Iervolino, il segretario regionale del Pd Tino Iannuzzi era andato con le migliori intenzioni.
Per quadrare il cerchio, si direbbe in gergo.
Per «uscire dall'impasse politico-istituzionale», dice lui.
E ammette: «Avverto tutto il peso della responsabilità di guidare un partito che ha alimentato ed alimenta tante speranze, ma che deve fare molto di più per essere la grande novità della politica campana. C'è l'orgoglio personale di aver contribuito a costruire un partito che ha saputo attuare una linea rigorosa e ferma per far vincere la legalità».
Ma soprattutto avverte: «Abbiamo tutti noi il dovere di elevare la qualità del nostro impegno ricordando che i ruoli nel partito e nelle istituzioni non sono una professione a vita ma un servizio circoscritto nel tempo, pronti a tornare al nostro lavoro e alla nostra attività».
Il neocommissario Morando ha chiesto di non pubblicare la registrazione dell'incontro. È d'accordo?
«Sono d'accordo, come lo è Nicolais ».
Ma cosa vi siete detti? Cose tanto compromettenti?
«Ma no, abbiamo espresso unicamente sereni giudizi politici. Tutti e tre. Per questo ritengo necessario porre la parola fine a questa sconcertante vicenda per concentrarci tutti, con ogni energia, sulle vere esigenze e sui tanti problemi della città di Napoli e della Campania. Occorre inoltre rivolgere ogni attenzione al rilancio del Partito democratico puntando decisamente sulla crescita della nostra capacità di proposta e alla individuazione di nuovi ed autorevoli gruppi dirigenti».
Come giudica la nuova giunta comunale?
«In queste settimane ho sostenuto la necessità di realizzare un rinnovamento sostanziale e profondo della compagine di governo cittadino nel segno della qualità e delle eccellenze. Ho anche ribadito più volte che andavano individuate grandi priorità programmatiche, a cominciare dalla definizione di un quadro preciso di opere pubbliche da realizzare in tempi certi e ravvicinati e dal miglioramento della vivibilità quotidiana. Con la formazione della giunta è stato attuato il rinnovamento ritenuto possibile dal sindaco nella sua responsabilità e nell'autonomia delle scelte e delle prerogative che le competono. Ora la parola deve passare ai fatti».
Può essere più diretto?
«Attendiamo che la giunta si attivi sulle questioni concrete con atti di buon governo e di buona amministrazione per ricostruire quel rapporto di fiducia con i cittadini che si è indubbiamente indebolito. Occorrono ulteriori e forti segnali di innovazione per aprire una fase di rilancio».
Intanto Gino Nicolais si è dimesso e il partito provinciale è stato commissariato.
«Sono dispiaciuto delle dimissioni di Gino che con capacità d'innovazione ha svolto un lavoro qualificato ed intenso per la costruzione del Pd nella provincia di Napoli. Commissario è un uomo autorevole e competente come Enrico Morando con cui lavoreremo in stretta e convinta sinergia. Dobbiamo procedere a grandi passi verso il partito nuovo e popolare, radicato sul territorio ed aperto ai mondi vitali delle comunità campane».
Il primo scoglio, che in questo momento assomiglia ad un iceberg, sono le elezioni provinciali.
«Un appuntamento decisivo per il ruolo ed il futuro del Pd. Sulla scia della giusta innovazione di Veltroni va definita un'alleanza chiara, nuova e diversa. Un'alleanza costruita sulla base di programmi precisi e vincolanti allo scopo non solo di vincere le elezioni ma anche di attuare con puntualità e senza incertezze i progetti concordati. Con le forze politiche con le quali stringeremo il nuovo patto di fiducia sceglieremo il candidato presidente attraverso le primarie. Le nostre liste dovranno essere rappresentative della realtà napoletana, coniugando presenza attiva sui territori, capacità di attrarre nuove risorse ed adeguata attenzione alla vasta area moderata e a quel mondo cattolico che sono pilastri della nostra società e che sono decisivi per la sfida elettorale che abbiamo innanzi ».
A proposito di elezioni: crede che la Iervolino possa candidarsi alle europee?
«Il sindaco ha manifestato la volontà di continuare la consiliatura sino alla sua scadenza naturale».
Quindi no. E pensa che lo possa fare Bassolino?
«Il presidente Bassolino è impegnato con la giunta regionale a realizzare una serie di provvedimenti prioritari e fondamentali in questa fase finale di legislatura. In primo luogo l'utilizzazione efficiente e puntuale dei fondi europei in grandi e visibili priorità evitando dispersione di risorse e frammentazioni d'intervento. Occorre proseguire sulla via di una sanità al servizio dei cittadini eliminando ogni spreco e inutili risorse a consulenze esterne. È indispensabile tagliare i tempi delle decisioni ed eliminare assurdi ingorghi burocratici. Pertanto non si pone la questione della candidatura alle europee».
Quali sono i nodi politici dei prossimi giorni?
«Stiamo preparando la conferenza programmatica di febbraio. Proiettandoci sul terreno della proposta possiamo sviluppare una competizione virtuosa al nostro interno e daremo la dimostrazione di un partito davvero diverso e vicino ai cittadini. Basta con le continue polemiche, i conflitti che si ripetono e i polveroni che si sollevano ad ogni pie' sospinto».
Simona Brandolini 08 gennaio 2009
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