Iannuzzi: “Questo Governo sta tagliando il futuro della Campania”
Comunicato Stampa
“Questo Governo sta tagliando il futuro della Campania”.
Così il segretario regionale del Partito Democratico Tino Iannuzzi critica le scelte del governo nei settori “strategici” della Scuola e dei Trasporti. “I pesanti tagli che Berlusconi ha previsto per la Scuola ed il concreto pericolo per le attività dello stabilimento ATITECH, rappresentano due facce della stessa medaglia e smascherano la politica di questo esecutivo nei confronti della nostra Regione e dell’intero Mezzogiorno. La drastica riduzione delle cattedre, la paventata chiusura delle scuole nei piccoli Comuni, potenzialità enorme per il Paese, e l’impoverimento del patrimonio docente colpiscono la scuola, pilastro fondamentale su cui costruire ogni ipotesi di sviluppo sociale, civile ed economico. A questo - prosegue il segretarioregionale del PD - si aggiunge nell’immediato il prezzo altissimo che la nostra regione potrebbe pagare al piano di salvataggio dell’Alitalia. Infatti si sta mettendo in discussione il futuro di lavoratori altamente qualificati in settori strategici come la ricerca applicata all’industria aeronautica. Se fossero confermati gli attuali orientamenti, verrebbero penalizzati anche i collegamenti tra Capodichino e Linate con l’effetto di allontanare Napoli da Milano. Il PD regionale - conclude Iannuzzi - si attiverà con le sue rappresentanze parlamentari, in stretto collegamento con il sindacato e gli operatori del settore, per opporsi a queste scelte scellerate che il Governo sta tentando di realizzare nel campo della Scuola e dell’Industria”.UFFICIO STAMPA PD CAMPANIA
martedì 9 settembre 2008
lunedì 8 settembre 2008
FESTA DEMOCRATICA FIRENZE: GIOVANI E POLITICA, UNA SCOMMESSA DA VINCERE
Partito democratico, adesso un'italia nuova
Dalla Festa pubblicato in MAGAZINE su http://www.partitodemocratico/.
Giovani e politica, una scommessa da vincere.
Faccia a faccia sui giovani tra Picierno e Meloni
Una politica per i giovani è importante o si riduce a degli slogan? I giovani si impegnano in politica solo per tornaconto personale?È iniziato con due domande provocatorie di Pierluigi Diaco il faccia a faccia tra Pina Picierno, ministro ombra delle politiche giovanili e Giorgia Meloni, ministro della gioventù. Partita difendendo la scelta di cambiar nome al suo ministero: "Non credo nelle politiche giovanili ma in politiche rivolte al bene della nazione”. Una scelta bocciata dalla Picierno: parlare dei giovani significa parlare delle grandi questioni di questo paese: diritto allo studio, oggi negato; diritto alla casa che non sia un buco in periferia. Diritto al lavoro. È lo stesso motivo per cui lanciamo un’organizzazione giovanile proprio in questi giorni: sarà uno strumento per intercettare speranze, arrabbiature, esperienze bellissime. Non capite che investire sulla conoscenza è l’unica possibilità di farcela per questo paese”.Interessante l’analisi di Antonio Campo Dell’orto direttore di MTV: “I ragazzi hanno voglia di partecipare ma diffidenza verso la politica. L’11 settembre ha lasciato un segno anche emotivo. È una generazione timorosa, pragmatica perché non diamo spazio agli ideali nel nostro tempo. Sono figli della società attuale. O diamo modelli di conoscenza, trasparenza, o non cambierà nulla. La nostra società è poco equilibrata e dà un solo modello: quello che dal successo porta al potere per poi ottenere vantaggi personali”. “Serve promuovere il merito, promuovere pari opportunità e diritti, mentre oggi una giovane madre deve lasciare il lavoro per crescere suo figlio, mentre il governo cancella le leggi che impediscono le dimissioni in bianco –denuncia Pina Picierno – perché gli studenti del sud si spostano al nord? Perché li hanno più possibilità di ricevere una borsa di studio e un alloggio”.Incalzate da Diaco e dal massmediologo Klaus Davi sul ruolo della politica che sfrutta i giovani senza premiarli le due avversarie si sono trovate su posizioni simili. Per la Meloni l’impegno in politica deve essere volontario, senza secondi fini e lo stesso vale per la Picierno: “Non si può stipendiare chi si impegna, non ci sarebbe passione”. Un dibattito serrato che per Dall’Orto non troverebbe mai spazio in tv: “La tv è immagine, portare la parola è difficile perchè la nostra società è impreparata. La complessità è difficile da spiegare senza populismo. Se non abbiamo strumenti critici si finisce per dare alla società quello che vuole oggi, senza pensare alle conseguenze sul domani”. Un no al populismo fatto proprio dal ministro ombra: “Attenzione a non soffiare sul fuoco della paura mettiamo meno ideologia nella vita reale. Per i giovani immigrati prevediamo il diritto di voto ed il servizio civile, così si fa l’integrazione concreta. C’è una generazione straordinaria in questo paese, tanto generosa. Ma l’Italia non si ricorda mai di ringraziarli”.
Ma. Lau.Foto di Stefano Cagelli-PD
wwww.partitodemocratico.it
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Giovani e politica, una scommessa da vincere.
Faccia a faccia sui giovani tra Picierno e Meloni
Una politica per i giovani è importante o si riduce a degli slogan? I giovani si impegnano in politica solo per tornaconto personale?È iniziato con due domande provocatorie di Pierluigi Diaco il faccia a faccia tra Pina Picierno, ministro ombra delle politiche giovanili e Giorgia Meloni, ministro della gioventù. Partita difendendo la scelta di cambiar nome al suo ministero: "Non credo nelle politiche giovanili ma in politiche rivolte al bene della nazione”. Una scelta bocciata dalla Picierno: parlare dei giovani significa parlare delle grandi questioni di questo paese: diritto allo studio, oggi negato; diritto alla casa che non sia un buco in periferia. Diritto al lavoro. È lo stesso motivo per cui lanciamo un’organizzazione giovanile proprio in questi giorni: sarà uno strumento per intercettare speranze, arrabbiature, esperienze bellissime. Non capite che investire sulla conoscenza è l’unica possibilità di farcela per questo paese”.Interessante l’analisi di Antonio Campo Dell’orto direttore di MTV: “I ragazzi hanno voglia di partecipare ma diffidenza verso la politica. L’11 settembre ha lasciato un segno anche emotivo. È una generazione timorosa, pragmatica perché non diamo spazio agli ideali nel nostro tempo. Sono figli della società attuale. O diamo modelli di conoscenza, trasparenza, o non cambierà nulla. La nostra società è poco equilibrata e dà un solo modello: quello che dal successo porta al potere per poi ottenere vantaggi personali”. “Serve promuovere il merito, promuovere pari opportunità e diritti, mentre oggi una giovane madre deve lasciare il lavoro per crescere suo figlio, mentre il governo cancella le leggi che impediscono le dimissioni in bianco –denuncia Pina Picierno – perché gli studenti del sud si spostano al nord? Perché li hanno più possibilità di ricevere una borsa di studio e un alloggio”.Incalzate da Diaco e dal massmediologo Klaus Davi sul ruolo della politica che sfrutta i giovani senza premiarli le due avversarie si sono trovate su posizioni simili. Per la Meloni l’impegno in politica deve essere volontario, senza secondi fini e lo stesso vale per la Picierno: “Non si può stipendiare chi si impegna, non ci sarebbe passione”. Un dibattito serrato che per Dall’Orto non troverebbe mai spazio in tv: “La tv è immagine, portare la parola è difficile perchè la nostra società è impreparata. La complessità è difficile da spiegare senza populismo. Se non abbiamo strumenti critici si finisce per dare alla società quello che vuole oggi, senza pensare alle conseguenze sul domani”. Un no al populismo fatto proprio dal ministro ombra: “Attenzione a non soffiare sul fuoco della paura mettiamo meno ideologia nella vita reale. Per i giovani immigrati prevediamo il diritto di voto ed il servizio civile, così si fa l’integrazione concreta. C’è una generazione straordinaria in questo paese, tanto generosa. Ma l’Italia non si ricorda mai di ringraziarli”.
Ma. Lau.Foto di Stefano Cagelli-PD
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FIRENZE: NASCONO I GIOVANI DEMOCRATICI
Partito democratico, adesso un'italia nuova
Dalla Festa pubblicato in MAGAZINE su www.partitodemocratico
Democratica, una generazione al via
Presentato a Firenze il manifesto fondativo
“Pensare l’Europa, modernizzare l’Italia, vivere il mondo”, queste le primissime parole del manifesto fondativo dei Giovani Democratici. E ancora: rimboccarsi le maniche e prendersi delle responsabilità sono le principali intenzioni di questa organizzazione nascente. Fra i temi a cuore anche la promozione della cultura politica che operi un rinnovamento del paese. Bisogna creare “una forza politica giovanile inedita per la storia e per la tradizione italiana, che possa essere da esempio anche oltre i nostri confini”.LA BOZZA DEL MANIFESTO FONDATIVO DEI GIOVANI DEMOCRATICI >>>Abbiamo incontrato Fausto Raciti,ventiquattro anni, segretario della Sinistra Giovanile e possibile candidato dei Giovani Democratici. In sintesi, quali sono i tre punti cardine del documento fondativo della giovanile del PD? “Secondo me sono l’Europa che oltre ad essere un importante ente geopolitica, costituisce per i giovani un opportunità, un gancio per il futuro. Altro punto è l’ambiente, una realtà fondamentale per il nostro avvenire. E infine i diritti: all’istruzione; al wellfare; ai diritti civili. Perché la necessità di costituirsi come realtà politica giovanile?“Perché i giovani devono ripartire dalla politica. E questa organizzazione non deve costituire un mero contenitore per i giovani bensì deve diventare uno strumento di lotta politica!”Quale sarà il primo impegno dei giovani democratici?“Vogliamo creare una piattaforma di adesione alla manifestazione del 25 ottobre. Data in cui la nostra organizzazione sarà presente con le sue parole che però avranno valore per tutti: per giovani e per adulti”.
Gabriella Radano
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Democratica, una generazione al via
Presentato a Firenze il manifesto fondativo
“Pensare l’Europa, modernizzare l’Italia, vivere il mondo”, queste le primissime parole del manifesto fondativo dei Giovani Democratici. E ancora: rimboccarsi le maniche e prendersi delle responsabilità sono le principali intenzioni di questa organizzazione nascente. Fra i temi a cuore anche la promozione della cultura politica che operi un rinnovamento del paese. Bisogna creare “una forza politica giovanile inedita per la storia e per la tradizione italiana, che possa essere da esempio anche oltre i nostri confini”.LA BOZZA DEL MANIFESTO FONDATIVO DEI GIOVANI DEMOCRATICI >>>Abbiamo incontrato Fausto Raciti,ventiquattro anni, segretario della Sinistra Giovanile e possibile candidato dei Giovani Democratici. In sintesi, quali sono i tre punti cardine del documento fondativo della giovanile del PD? “Secondo me sono l’Europa che oltre ad essere un importante ente geopolitica, costituisce per i giovani un opportunità, un gancio per il futuro. Altro punto è l’ambiente, una realtà fondamentale per il nostro avvenire. E infine i diritti: all’istruzione; al wellfare; ai diritti civili. Perché la necessità di costituirsi come realtà politica giovanile?“Perché i giovani devono ripartire dalla politica. E questa organizzazione non deve costituire un mero contenitore per i giovani bensì deve diventare uno strumento di lotta politica!”Quale sarà il primo impegno dei giovani democratici?“Vogliamo creare una piattaforma di adesione alla manifestazione del 25 ottobre. Data in cui la nostra organizzazione sarà presente con le sue parole che però avranno valore per tutti: per giovani e per adulti”.
Gabriella Radano
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Manifesto politico fondativo di Generazione Democratica
Partito democratico, adesso un'italia nuova
Intervento pubblicato in PRIMO PIANO su www.partitodemocratico
Pensare l'Europa, modernizzare l'Italia, vivere il mondo
Manifesto Fondativo dei Giovani democratici
Roma 6 settembre 2008
Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un' opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri. P.Gobetti, La rivoluzione liberalePer un nuovo “umanesimo” EuropeoIl sistema economico e ambientale del pianeta è da decenni caratterizzato da continui e repentini processi di trasformazione. Il superamento dello Stato-Nazione come esclusivo titolare della sovranità, l’ampliarsi della cifra di interdipendenza globale, l’accentuazione della competizione fra sistemi e macroaree territoriali, lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione, sono i tratti distintivi dell’odierno “spazio globale”. La frattura dell’alleanza tra Stato Mercato e Democrazia - e quindi tra politica ed economia - che aveva caratterizzato il progetto di prima modernità, pone allo schieramento riformista del XXI secolo nuove domande di libertà e di giustizia sociale. Un inedito ordine del mondo che necessita di più politica e che, invece, registra la sempre maggiore difficoltà da parte di essa di porsi all’altezza del livello attuale dello sviluppo delle forze produttive, della circolazione e dei consumi ovvero, la sempre maggiore distanza progettuale fra una economia cosmopolita e globale e una politica nazionale (o peggio) regionale, micro-territoriale e localistica. La guerra al terrorismo, a otto anni dalla sua dichiarazione, ha prodotto qualche effimero successo e numerose tragedie. La destabilizzazione di un’area del pianeta che va da Marrachech a Jakarta, i sanguinosi pantani di Afghanistan e Iraq sino al mai risolto dramma israelo-palestinese, mostrano con tutta evidenza il fallimento della strategia del solo hard power e la necessità di un rinnovato impegno nella politica del dialogo. Sul versante europeo l’Unione vive forse la crisi più grave della sua storia. Compressa tra le aspirazioni neo-isolazioniste di alcuni paesi membri e l’incapacità di mostrarsi compiutamente attore globale, paga dazio alla crisi economica e rischia di arenarsi come progetto culturale, prima che economico. Ad est, nuove e pericolose tensioni attraversano quello che fu il blocco sovietico e rischiano di innescare una nuova devastante corsa agli armamenti mentre, ad oriente, un nuovo continente cresce a ritmo triplo rispetto al resto del mondo e si appresta a costruire dopo cinquecento anni un nuovo impero. Lo stato climatico del nostro pianeta ci pone di fronte all’ipotesi non più remota di scenari molto vicini ad una catastrofe ambientale senza ritorno. Abbiamo il dovere di lasciare alle future generazioni un mondo ancora vivibile, e se possibile più vivibile del nostro: affrancato dalla dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili; in quanto basato su un’organizzazione energetica razionalizzata e imperniata sulla diffusione capillare, a rete, delle fonti rinnovabili; affrancato dall’ideologia della crescita illimitata dei consumi, che ha come rovescio l’emergenza rifiuti, per la gran parte non riciclati né smaltiti. Esiste, “il 50 per cento delle probabilità che le future generazioni non vedano l’inizio del nuovo secolo”. Le nuove generazioni hanno il dovere di puntare sulla dimensione ambientale come volano di sviluppo per fare delle caratteristiche naturali di un paese, della bellezza dei territori, della qualità nel settore agroalimentare, delle aree protette un punto di forza della sua economia. Investire risorse nell’ambiente significa credere nell’innovazione, dare attuazione a nuove tecnologie a sempre minor impatto, diffondere un’idea di progresso che possa vedere attori tutte le parti sociali e i cittadini di ogni livello socio-economico e culturale. Quella energetica, è una sfida tutta aperta e tutta da vincere, che le giovani generazioni nella loro naturale spinta al cambiamento, non possono non affrontare.La globalizzazione con il movimento sempre più rapido delle merci, dei capitali e dei saperi, sta sviluppando con progressiva intensità consistenti flussi migratori di persone – in qualche modo simmetrici agli imponenti fenomeni di delocalizzazione dell’industria - in cerca di lavoro o semplicemente di una speranza di vita migliore.Ciò che pone a sua volta inedite esigenze di cittadinanza, integrazione e partecipazione democratica a livello globale e locale.Tutto questo, riassumibile con l’immagine di nuove e poderose masse umane che si affacciano sulla soglia della storia e del progresso, impone una riflessione generale e seria sul futuro del pianeta, sulla sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, ma anche sulla natura stessa e sulla qualità e il valore della democrazia occidentale.A tali dinamiche “strutturali” si aggiunge un processo imponente di mutazione globale delle identità e delle culture. I singoli individui e le comunità sono infatti oggi immersi in un flusso comunicativo continuo, in cui si muovono costantemente come “attori” passivi e attivi di un complesso sistema mediatico, veicolo delle visioni del mondo e talvolta di bisogni indotti, che ha marginalizzato i tradizionali vettori di conoscenza e formazione di “senso comune”: i giornali, i libri, ma addirittura anche l’educazione familiare, sociale e scolastica. Nella cosiddetta “società dello spettacolo” la maggior parte di noi è esposto a continue sollecitazioni fin dalla più giovane età, quando ancora i personali strumenti cognitivi e interpretativi sono in via di costruzione, ponendo inediti compiti per la famiglia, per le tradizionali politiche scolastiche, e per nuove politiche di formazione lungo tutto l’arco della vita a contrasto dell’analfabetismo recidivo e di ritorno. La posta in gioco è la competenza critica dei cittadini, garanti ultimi di un corretto funzionamento della democrazia. Per la complessità e la delicatezza di questi scenari è necessario potenziare e costruire, sin dentro le opinioni pubbliche euro-atlantiche, il consenso sul ruolo dei soggetti pubblici sopranazionali. Il progetto politico e costituzionale dell’Unione Europea è la priorità politica e culturale degli innovatori del XXI secolo. Nel solco della nuova Europa, seminato a Lisbona, dovrà crescere ed affermarsi una intera generazione di italiani. È nello spirito dell’Europa, infatti, nelle sue ragioni e nei suoi valori, che risiedono gran parte delle ragioni dell’impegno politico delle ragazze e dei ragazzi italiani; quella generazione che, a partire dalla specificità dell’esperienza dei soggiorni di studio Erasmus, dimostra di essere quella più direttamente coinvolta dall’incidenza della prospettiva comunitaria nella formazione di un idem sentire e di una comunanza di valori tra i popoli d’Europa: la pace giusta come costante esercizio politico fra i conflitti, il rispetto dei diritti umani e civili, la libertà di circolazione di idee e persone, il mercato concepito come uno spazio di libertà e di intrapresa a cui presidiano regole certe e salde, il lavoro come tratto fondamentale della cittadinanza e perciò in grado di liberarsi dalle tante forme di precarietà, la sussidiarietà verticale e orizzontale rispettosa della libera iniziativa e dell’aspirazione delle comunità locali all’autogoverno, l’euro e la sua forza di moneta globale. La nostra è la generazione del multilateralismo, del dialogo tra i popoli e le religioni, della corrispondenza tra la costruzione della pace e la realizzazione della giustizia. Per questo le straordinarie mobilitazioni per la pace e per una globalizzazione più giusta, hanno segnato il momento di prima socializzazione politica di migliaia di giovani italiani. Anche da quella forza e da quell’entusiasmo è necessario trarre continuo alimento per la futura vita di una grande organizzazione progressista.Per una nuova e diversa idea della modernizzazione nazionaleI problemi dei giovani italiani sono quelli di un intero paese che deve imparare a tornare a guardare con maggiore fiducia al futuro. Le incognite con le quali essi si confrontano, sono quelle della transizione a una prospettiva di sviluppo fondata sul principio di qualità e di apertura, che possa coniugare maggiori possibilità di mobilità con un’ampia gamma di opportunità e di tutela e renda possibile l’avvio e il perseguimento, per ciascuno, di un autonomo cammino familiare e professionale. La questione generazionale in Italia non può essere declinata solo su basi vertenziali. Essa è, infatti, oggi più che mai questione che riguarda la sostenibilità di un equilibrio politico, economico, sociale.La democrazia italiana, sbocciata dalle macerie della dittatura fascista, si avviò dal primo dopoguerra e per oltre un quarto di secolo, su di un sentiero di sviluppo sostenuto, recuperando in poco tempo una parte importante del ritardo che la divideva dai paesi con più elevati livelli di benessere economico. Lo sviluppo, pur connotato da tensioni sociali e conflitti distributivi, beneficiò di diversi fattori, endogeni ed esogeni, che consentirono di conseguire fortissimi guadagni in termini di produttività del sistema economico e di conseguenza, un innalzamento complessivo della qualità della vita e della diffusione della ricchezza. La crescita dell’economia, di durata e intensità del tutto nuove per il nostro paese, fu accompagnata da un innalzamento progressivo del livello d’istruzione della popolazione, che combinato efficacemente con lo stato delle conoscenze tecnologiche, determinò l’inclusione di nuove forze lavoratrici e contribuì alla modernizzazione della società, consentendo la tenuta della democrazia anche nei momenti in cui più forte e violento si levò dalla follia terrorista l’attacco al cuore dello Stato. IstruzioneDai primi anni Novanta, la semplificazione della mobilità di beni e capitali finanziari, l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le tecnologie dei materiali sottili, sono intervenute a mutare radicalmente le caratteristiche dello sviluppo economico a livello globale. Esse disegnano nuove gerarchie, rivoluzionano i processi produttivi, modificano in modo sostanziale - soprattutto nei paesi avanzati - le caratteristiche dell’input di lavoro domandato dalle imprese, la struttura dei consumi, la tipologia e il contenuto tecnologico delle produzioni. Tali trasformazioni hanno gradualmente reso determinante la capacità di un paese di accrescere e migliorare continuamente il livello di istruzione della sua popolazione. Questo motore della crescita civile ed economica riveste una capitale rilevanza nelle fasi di progresso tecnico come quello odierno; l’acquisizione di un livello avanzato di conoscenze è, infatti, condizione essenziale perché un sistema possa innovarsi adattando le sue strutture produttive al nuovo paradigma tecnologico; ma i benefici derivanti dall’innalzamento complessivo del tasso d’istruzione non possono misurarsi con soli parametri econometrici. Il “capitale sociale” - definito come l’insieme delle istituzioni, delle norme sociali di fiducia e reciprocità nelle reti di relazioni formali e informali che favoriscono l’azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere - è uno straordinario fattore di sviluppo sociale prima che economico. L’istruzione allenta i vincoli economici e culturali che legano gli individui al proprio ambiente di origine, costituisce il principale strumento di liberazione dall’eredità familiare o geografica in capo alla nascita, aumenta democraticamente le probabilità che i più capaci e meritevoli accedano a funzioni di governo o della pubblica amministrazione, dell’impresa e della politica. La conoscenza è un bene comune non mercificabile, ed è la base della cittadinanza democratica. Implementarne lo spazio, la qualità, il perimetro è il compito dei modernizzatori del nuovo secolo. Il diritto di accesso ad essa, la libertà di scelta tra le offerte formative, l’abolizione di qualunque barriera formale e sostanziale che possa limitare il libero sviluppo della capacità umane, critiche e sociali di ciascun giovane del nostro Paese è l’obiettivo primario che un’organizzazione giovanile è chiamata a promuovere. E’ necessario andare oltre la migliore sintesi fra i diversi sistemi d’istruzione europei che, sin dall’inizio del Processo di Bologna del ’99, hanno affrontato i temi della conoscenza. Per garantire un alto profilo individuale e la mobilità studentesca oggi è prioritario non pensare soltanto all’uniformità dei sistemi di formazione, ma aver chiaro che la vera sfida sia garantire la possibilità a ciascuno di esprimere le proprie capacità senza doversi scontrare con le differenti legislazioni europee sul tema dell’accesso. Le politiche di formazione devono, in definitiva, mirare ad una cultura diffusa che promuova una crescita educativa integrale di cittadini attivi e responsabili, facendo leva sull’unità profonda tra sapere e saper fare, intelligenza umana e acquisizione di competenze: così da dare a tutti una piena autonomia di movimento nella complessità della società sapendo controllare se stessi in rapporto agli altri e alla pluralità dei linguaggi contemporanei. InnovazioneL’Italia è un paese che complessivamente genera e produce poca innovazione; ma l’innovazione è stimolata ed alimentata da un’organizzazione sociale ad essa preesistente. Il livello d’istruzione, la facilità di circolazione delle conoscenze, una fiscalità di favore per gli investimenti innovativi, una politica scolastica attenta ai talenti, una meritocrazia diffusa e riconosciuta, una maggiore libertà nelle relazioni interpersonali, un welfare che offra protezione “nel lavoro” e non solo “del posto” di lavoro, sono le condizioni preliminari perché una società generi e ne alimenti la fiamma. Le tare del sistema Italia si riproducono oramai da anni e si annidano nell’economia, nella struttura sociale e nei meccanismi della governance. Il made in Italy, quell’alchimia di artigianato e creatività che per anni ha fatto la fortuna del paese, rischia in assenza di avvedute politiche innovative, di trasformarsi in pochi anni da fiore all’occhiello di un’economia dinamica e creativa a fattore determinante dell’espulsione dell’Italia dal ciclo tecnologico. Investire in nuove tecnologie, nuovi processi e prodotti industriali, semplificare la burocrazia per le imprese, favorire e sostenere l’imprenditoria giovanile e femminile, in particolare nel Mezzogiorno, sono gli ingredienti necessari per una ricetta “generazionale” del rilancio economico. Il settore pubblico poi, non potrà non confrontarsi con nuovi criteri di organizzazione e regolazione del mercato, con innovativi sistemi di produzione di beni e valori pubblici, materiali (le linee ferroviarie e viarie, le scuole, le reti Tlc) e immateriali (il funzionamento della giustizia, la celerità della pubblica amministrazione, l’umanità della esecuzione penale). Il sostegno e la garanzia delle pari opportunità per i suoi cittadini, la promozione dei diritti civili, la difesa dei più deboli e di coloro che non possiedono autonomi e dignitosi mezzi di sostentamento: sono questi i pilastri su cui ergere l’edificio del futuro. Modernizzare una nazione per un’organizzazione giovanile democratica e riformista non può significare soltanto rimodellare il suo sistema produttivo a guisa del nuovo paradigma tecnologico. Significa anche (e soprattutto) attrezzarla alle sfide del presente perché possieda gli strumenti di analisi e di azione necessari per affrontare il nuovo secolo. RisanamentoSe tuttavia un intervento complessivo sulla competitività del Sistema - paese è fortemente legato all’innalzamento dell’alfabetizzazione superiore e della sua qualità da un lato, e alla riorganizzazione delle produzioni e degli strumenti di governance dall’altro, non si può eludere il nodo dell’intervento necessario sulle determinanti strutturali della spesa. Nessun disegno generazionale di rilancio può affermarsi senza una riconduzione su valori accettabili e sostenibili della dinamica del debito pubblico. La necessaria compressione delle spese di funzionamento dell’amministrazione di Stato ed enti locali - per essere virtuosa e non esclusivamente “punitiva” - dovrà fondarsi su nuovi e più stringenti criteri di valutazione dei risultati. Un rovesciamento della piramide degli incentivi che introduca reali meccanismi di premialità, per la burocrazia come per le università, gli enti di ricerca, le articolazioni periferiche dello stato, persino le regioni e gli enti locali, contribuirebbe ad un tempo a ridurre i costi e a potenziare l’efficienza complessiva delle pubbliche amministrazioni. È accanto a queste priorità riassumibili nel polinomio istruzione della popolazione – innovazione delle produzioni e dei processi produttivi – risanamento economico, che altre due esigenze per la piena soddisfazione di un disegno “generazionale” del rilancio del paese prendono corpo: la riorganizzazione del sistema previdenziale e la riduzione della precarietà nel mercato del lavoro.Welfare e pensioniL’Italia si appresta a divenire la nazione più vecchia e longeva del mondo e che questo avrà un effetto decisivo sulla struttura produttiva, sociale e di conseguenza previdenziale.La spesa pensionistica in Italia è pari al 15,4 per cento del prodotto interno lordo. L’uscita dalle forze lavoro è massima in corrispondenza dei requisiti minimi di pensione, attestati dopo i processi di riforma a 60 anni di età. Si tratta di una dinamica insostenibile per qualsiasi paese avanzato. Da decenni il dibattito sulle politiche sociali sembra incentrato quasi esclusivamente sul sistema previdenziale e mai su altre forme di spesa sociale quali il sostegno alle famiglie, ai giovani studenti o ai giovani lavoratori. Per questo essa necessita oggi di un’ulteriore estensione poiché gli indici di struttura e quelli del ricambio demografico testimoniano quanto il processo di invecchiamento della popolazione italiana sia duraturo ed avanzato.Il rapporto tra il potenziale di lavoro giovane (20-39) anni e quello più anziano (20-59 anni) tenderà a deteriorarsi rapidamente dalla attuale parità a 2 giovani ogni 3 anziani, mentre il ricambio tra generazioni in procinto di entrare nella fascia di età lavorativa e quelle in procinto di uscirne sarà in progressiva riduzione. In assenza pertanto di consistenti flussi migratori, la popolazione italiana è destinata ad avvitarsi in un processo in cui l’unico aggregato in posizione numerica attiva sarà quello della popolazione anziana; ma una popolazione che vede ridursi nel tempo non solo la sua consistenza progressiva ma anche sistematicamente quella dei suoi sub-aggregati economicamente e demograficamente più produttivi, rischia di impoverirsi irrimediabilmente e definitivamente. Il benessere raggiunto non può essere considerato come un dato acquisito o irreversibile. Ciò richiede una grande nuova consapevolezza da parte di una generazione chiamata a farsi carico direttamente di un problema non più rinviabile.LavoroIl precariato generalizzato e diffuso è un inaccettabile svilimento della dignità delle persone e del lavoro, che riparato dietro l’illusorio usbergo della riduzione dei costi mortifica le professionalità, le aspirazioni personali e quelle individuali. Sostenere la bandiera della “civiltà del lavoro”, significa costruire strumenti adeguati a proteggere il lavoratore nel suo percorso professionale, che seppure frammentato e rivoluzionato dai nuovi cicli di produzione, non può restare senza protezione in balia delle sole nude regole del mercato. A pagare il prezzo più alto anche in questo caso sono le giovani generazioni. Esse, in particolare la componente femminile, appaiono nel mercato del lavoro italiano tanti piccoli giunchi esposti ad un monsone. La riduzione della segmentazione del mercato, stabilendo regole più uniformi e in base alle quali il rapporto di lavoro acquisisca stabilità col passare del tempo, è richiesto da motivi di equità in via primaria, ma è anche sorretto da solide ragioni di efficienza. La battaglia per un lavoro sicuro, dignitoso, commisurato alle professionalità e alle competenze di tutti e di ciascuno è il primo dei diritti di cittadinanza cui aspirare, terreno essenziale per lo sviluppo della creatività e della personalità. Una battaglia che una nuova generazione di democratiche e democratici dovrà intestarsi con determinazione e passione.Concorrenza ed equitàL’intensificazione della concorrenza, l’ampliamento per l’esplicarsi dei meccanismi di mercato sono i restanti ingredienti di una matura e consapevole ricetta “generazionale” per il paese; essi sono, ancora una volta, necessari al rilancio produttivo e complementari a scelte di equità. In un’economia come quella italiana, nella cui storia è tristemente ricorrente il privilegio di pochi fondato sulla protezione dello Stato, la concorrenza costituisce un agente di giustizia sociale. Essa regolata e corretta da regole semplici, chiare e applicate è il grimaldello più autentico per scardinare quel poderoso grumo di interessi corporativi che in molti campi asfissia la nazione. L’Italia ha bisogno di mercato, di concorrenza, di legittima contendibilità degli spazi privati e persino di alcuni spazi pubblici. Una generazione di progressisti ha il suo nemico nel privilegio e non nel mercato, nella chiusura corporativa e familistica e non nella competizione. Se presidiato da una governance proattiva e coraggiosa, improntata alla realizzazione di pari condizioni nell’intrapresa di iniziativa economica, all’equità e alla giustizia sociale, il mercato resta un poderoso strumento di estensione del benessere e dei diritti individuali, un patrimonio da difendere e da tutelare dalla continua aggressione culturale e politica del pensiero reazionario, nazionalista e protezionista.Nuovi dirittiUna forza giovanile e progressista che guarda al futuro ha come obiettivo primario l’ampliamento di diritti, libertà e garanzie per la persona – il singolo come soggetto portatore di diritti –, valvola di conquiste sociali e collettive. La persona umana va tutelata, nella sua integrità, indipendentemente dal suo essere cittadino, ma anzi con l’obiettivo di una nuova inclusività che sia slegata da nascita, sangue, cultura, cittadinanza. Una forma di individualismo generoso che concepisce la società come luogo degli individui, con un’inversione del percorso tradizionale che conduceva dalla comunità al singolo. Maggiori garanzie per i detenuti, con l’incremento delle misure alternative al carcere a vantaggio di sanzioni alternative; libertà religiosa, riconoscimento delle confessioni presenti in Italia e sviluppo del sistema delle Intese; promozione di un sistema di norme che non equipari il migrante a mera forza lavoro, riforma del concetto di cittadinanza e voto amministrativo agli immigrati; riforma della normativa sui diritti del consumatore/utente e tutela della privacy; e diritti del malato; politiche di sostegno alla genitorialità; garanzia della libertà negli orientamenti sessuali. Molte di questi battaglie, oltre a permeare necessariamente una cultura politica di centro-sinistra riformista, possono contare su una forte capacità evocativa, in grado di sviluppare senso di appartenenza e desiderio di militanza, in tempi in cui assistiamo spesso al rischio di derive reazionarie, discriminatorie ed a regressioni addirittura razzistiche in segmenti della società e nelle pratiche politiche della destra.Diritto al protagonismo Il combinato disposto determinato dal binomio alto debito – bassa crescita non consente interventi di rilancio nazionale tarati esclusivamente sulla leva della fiscalità generale. Essa è importante, e fondamentale è l’azione di recupero degli introiti sottratti da evasione ed elusione; ma creare nuove opportunità di crescita economica in sintonia con la “questione generazionale” significa anche creare e propiziare spazi di protagonismo personale, civile e imprenditoriale. Negli ultimi trenta anni, in tutto il mondo occidentale si è assistito a uno spostamento in avanti dell’età alla quale i giovani fuoriescono dalla casa familiare definito come “posticipazione della transizione allo stato adulto”. L’Italia non a caso, si pone ai vertici di tale processo, distinguendosi per il tempo di permanenza dei figli nella famiglia d’origine. Nel resto dell’Unione europea solo un giovane su tre di età 18-34 vive con i genitori. Si sale invece in Italia a oltre il 60%, con una dinamica ancora più sconfortante per quello che riguarda le giovani donne. Tassi di attività e salari sensibilmente più bassi rispetto alla media degli altri paesi industrializzati, disoccupazione, sottoccupazione, precarietà del posto di lavoro a fronte di un welfare che fornisce scarsissima protezione sociale, sono le cause principali di tale ritardo. Un tale sistema che consente (se non addirittura favorisce) la permanenza dei giovani nella casa familiare è ancora una volta iniquo e inefficiente. È iniquo, perché affidando esclusivamente alla famiglia di origine i compiti di aiuto e sostegno svantaggia chi proviene da famiglie più povere, con uno status socio culturale più basso oltre che da famiglie monogenitoriali o ricostituite. Ciò deprime la mobilità sociale ed è funzionale alla riproduzione nel tempo delle disparità sociali di partenza. È inefficiente, perché mantenere una così elevata quota di giovani inattivi dal punto di vista lavorativo e riproduttivo, è un enorme spreco per la collettività, che reca pesanti ricadute sul dinamismo sociale, economico e culturale della nazione. Liberare una generazione significa costruire per essa la possibilità di progettare autonomi spazi di vita, di crescita, di socializzazione e di mobilità Immaginare il futuro significa anche e soprattutto costruire spazi per i più giovani, per la loro creatività, per il loro estro e il loro dinamismo. Nessuna società è mai cresciuta mortificando i suoi eredi, modernizzare il paese significa anche e soprattutto partire da qui. Dipende soltanto da noi, perché scegliendo l’impegno politico assumiamo la consapevolezza che nessuno spazio è concesso. Ma che per rinnovare bisogna essere migliori, più bravi e più forti di chi si intende sostituire alle leve del comando.Per una nuova cultura politicaTanto l’economia quanto la società italiana si presentano complessivamente restie ad assecondare l’innovazione, sia che essa riguardi nuovi processi produttivi, nuove tecnologie e prodotti, sia che riguardi l’accesso delle donne e dei giovani al mercato del lavoro o alle professioni liberali. Eppure assecondare il progresso e la diffusione della conoscenza, la capacità di tutti di accedere al ruolo sociale che si desidera e che si merita, la parificazione delle condizioni di vita e di occupazione dei generi, sono i soli elementi che hanno apportato una qualche forma di dinamismo alle società evolute e l’unica strada per sottrarsi alla legge dei rendimenti decrescenti. Sui giovani riformisti di questo paese grava pertanto un onere pesante e meraviglioso. Costruire quell’organizzazione giovanile popolare, a vocazione europea e riformatrice, che abbia le dimensioni e la forza per proporre e sostenere un grande progetto generazionale per il rinnovamento del paese, una forza politica giovanile inedita per la storia e per la tradizione italiana, che possa essere da esempio anche oltre i nostri confini. Il Partito Democratico rappresenta la più grande innovazione politica europea. In esso la nostra generazione, ha dimostrato di credere fortemente. Oggi, a partire da una prospettiva generazionale, possiamo essere noi il pezzo di società italiana che più convintamene fa vivere e da corpo al progetto politico di aggregare i giovani italiani attorno al simbolo e ai valori del Partito Democratico. Per questo, noi, giovani democratiche e democratici, cittadini italiani o giovani immigrati, donne e uomini dell’Italia di domani, diamo vita alla più grande organizzazione politica giovanile italiana. Una grande organizzazione moderna, che sia il sogno e l’approdo che migliaia di ragazzi e ragazze perseguono da tempo. Un’organizzazione politica autonoma ed affiancata al partito Democratico, in cui finalmente ciascuno si senta a casa, e non ospite di una carovana perennemente in transizione. Un corpo ampio e solidale di iscritti, militanti, simpatizzanti, semplici sostenitori, che svolga, nell’interesse generale della nazione, la funzione di rappresentare i giovani italiani che credono nel progresso della civiltà e della scienza, nella ragione, nella pace tra gli uomini e le nazioni, nel valore del lavoro e nella sua difesa, nei diritti umani e civili, nella libertà, nella difesa degli ultimi, dei meritevoli, nella democrazia e nel mercato, nella costruzione di un mondo più equo ma anche e soprattutto più vivibile, da lasciare a chi verrà dopo. Costruire un mondo migliore è l’aspirazione primaria che nutre l’impegno politico: cambiare la realtà partendo dalla propria strada o dal proprio quartiere. Per questo costruiremo un’organizzazione forte e radicata, capace di essere presente dovunque, dalle scuole alle università, dai luoghi di lavoro a quelli della cultura, ci siano dei giovani cittadini pronti a impegnarsi per un ideale di progresso per i popoli e per gli uomini, nelle dinamiche e produttive città del nord, come nelle troppo spesso dimenticate terre del Mezzogiorno. L’Italia avrà ancora un posto tra i grandi della terra; per questo obiettivo, per il suo raggiungimento, perché questo contribuisca a favorire lo sviluppo delle nazioni, la pace tra i popoli, la diffusione del benessere e della democrazia, la sostenibilità ambientale ci diciamo giovani democratici e in nome di questi valori costruiremo protagonismo e spazi per una generazione intera. Una generazione che non ha mai votato sulla scheda nulla di diverso dall’Ulivo prima e dal Pd finalmente oggi, o che non sia ancora mai andata a votare, che non è mai stata iscritta ad un partito della prima Repubblica. Una generazione nata politicamente dopo il 1989 che oltre a sentirsi italiana si sente pienamente e consapevolmente europea e che in Europa trova il luogo naturale in cui manifestare la sua vitalità e il suo protagonismo; una generazione che vive la mobilità come condizione permanente della propria esistenza che declina i valori europei come consituency di una nuova identità generazionale e collettiva. Un nuovo grande soggetto “generazionale” dove la laicità possa essere la grammatica comune delle forze costituenti, la koiné minimale della convivenza, ma dove tutti e ciascuno vedano rispettati i propri orientamenti, le proprie convinzioni religiose, etiche, morali. I “tempi nuovi” preconizzati da Aldo Moro sono già in noi. Essi, tuttavia, necessitano di essere guidati; con le emozioni forti di chi sa sognare ad occhi aperti e con la concretezza che accetta la sfida di trasformare i sogni in realtà. La storia d’Italia è stata la storia dei giovani italiani. Dei giovani soldati morti armi in pugno a Cefalonia, come dei ragazzi che hanno animato le Brigate Partigiane. Dei “professorini” alla Costituente, delle giovani generazioni che hanno incarnato il movimento degli anni sessanta senza poi cedere alle tentazioni del terrorismo. Ma è anche quella di tanti ragazzi normali, di storie, destini e volti che nel vivere l’ogni giorno del nostro Paese, l’hanno fatto grande. Giorgio La Pira, nel ricordare il giovane assessore Nicola Pistelli, fece affiggere sui muri di Firenze un manifesto semplice con scritto “da un piccolo chicco di frumento cresceranno tante spighe di grano nuovo”. Oggi noi seminiamo quel chicco. Sul solco tracciato dai padri che hanno scritto la Costituzione e fondato la Repubblica. Oggi noi sfidiamo i ragazzi e le ragazze che vivono il presente ad essere all’altezza del passato per costruire un grande futuro. Facendo incontrare cuore e mente, idee e progetti, passione e realtà. Chiediamo alla nuove generazioni che abitano il presente di mettersi in gioco, di essere generazione di governo, di scrivere un pezzo importante di storia della nostra comunità, di rifiutare il nulla, il poco e il menopeggio. Di scegliere il coraggio, la partecipazione, il confronto. Di essere, insieme a noi, coloro che cambiano l’Italia. Di essere insieme a noi, Generazione Democratica.
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Intervento pubblicato in PRIMO PIANO su www.partitodemocratico
Pensare l'Europa, modernizzare l'Italia, vivere il mondo
Manifesto Fondativo dei Giovani democratici
Roma 6 settembre 2008
Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un' opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri. P.Gobetti, La rivoluzione liberalePer un nuovo “umanesimo” EuropeoIl sistema economico e ambientale del pianeta è da decenni caratterizzato da continui e repentini processi di trasformazione. Il superamento dello Stato-Nazione come esclusivo titolare della sovranità, l’ampliarsi della cifra di interdipendenza globale, l’accentuazione della competizione fra sistemi e macroaree territoriali, lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione, sono i tratti distintivi dell’odierno “spazio globale”. La frattura dell’alleanza tra Stato Mercato e Democrazia - e quindi tra politica ed economia - che aveva caratterizzato il progetto di prima modernità, pone allo schieramento riformista del XXI secolo nuove domande di libertà e di giustizia sociale. Un inedito ordine del mondo che necessita di più politica e che, invece, registra la sempre maggiore difficoltà da parte di essa di porsi all’altezza del livello attuale dello sviluppo delle forze produttive, della circolazione e dei consumi ovvero, la sempre maggiore distanza progettuale fra una economia cosmopolita e globale e una politica nazionale (o peggio) regionale, micro-territoriale e localistica. La guerra al terrorismo, a otto anni dalla sua dichiarazione, ha prodotto qualche effimero successo e numerose tragedie. La destabilizzazione di un’area del pianeta che va da Marrachech a Jakarta, i sanguinosi pantani di Afghanistan e Iraq sino al mai risolto dramma israelo-palestinese, mostrano con tutta evidenza il fallimento della strategia del solo hard power e la necessità di un rinnovato impegno nella politica del dialogo. Sul versante europeo l’Unione vive forse la crisi più grave della sua storia. Compressa tra le aspirazioni neo-isolazioniste di alcuni paesi membri e l’incapacità di mostrarsi compiutamente attore globale, paga dazio alla crisi economica e rischia di arenarsi come progetto culturale, prima che economico. Ad est, nuove e pericolose tensioni attraversano quello che fu il blocco sovietico e rischiano di innescare una nuova devastante corsa agli armamenti mentre, ad oriente, un nuovo continente cresce a ritmo triplo rispetto al resto del mondo e si appresta a costruire dopo cinquecento anni un nuovo impero. Lo stato climatico del nostro pianeta ci pone di fronte all’ipotesi non più remota di scenari molto vicini ad una catastrofe ambientale senza ritorno. Abbiamo il dovere di lasciare alle future generazioni un mondo ancora vivibile, e se possibile più vivibile del nostro: affrancato dalla dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili; in quanto basato su un’organizzazione energetica razionalizzata e imperniata sulla diffusione capillare, a rete, delle fonti rinnovabili; affrancato dall’ideologia della crescita illimitata dei consumi, che ha come rovescio l’emergenza rifiuti, per la gran parte non riciclati né smaltiti. Esiste, “il 50 per cento delle probabilità che le future generazioni non vedano l’inizio del nuovo secolo”. Le nuove generazioni hanno il dovere di puntare sulla dimensione ambientale come volano di sviluppo per fare delle caratteristiche naturali di un paese, della bellezza dei territori, della qualità nel settore agroalimentare, delle aree protette un punto di forza della sua economia. Investire risorse nell’ambiente significa credere nell’innovazione, dare attuazione a nuove tecnologie a sempre minor impatto, diffondere un’idea di progresso che possa vedere attori tutte le parti sociali e i cittadini di ogni livello socio-economico e culturale. Quella energetica, è una sfida tutta aperta e tutta da vincere, che le giovani generazioni nella loro naturale spinta al cambiamento, non possono non affrontare.La globalizzazione con il movimento sempre più rapido delle merci, dei capitali e dei saperi, sta sviluppando con progressiva intensità consistenti flussi migratori di persone – in qualche modo simmetrici agli imponenti fenomeni di delocalizzazione dell’industria - in cerca di lavoro o semplicemente di una speranza di vita migliore.Ciò che pone a sua volta inedite esigenze di cittadinanza, integrazione e partecipazione democratica a livello globale e locale.Tutto questo, riassumibile con l’immagine di nuove e poderose masse umane che si affacciano sulla soglia della storia e del progresso, impone una riflessione generale e seria sul futuro del pianeta, sulla sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, ma anche sulla natura stessa e sulla qualità e il valore della democrazia occidentale.A tali dinamiche “strutturali” si aggiunge un processo imponente di mutazione globale delle identità e delle culture. I singoli individui e le comunità sono infatti oggi immersi in un flusso comunicativo continuo, in cui si muovono costantemente come “attori” passivi e attivi di un complesso sistema mediatico, veicolo delle visioni del mondo e talvolta di bisogni indotti, che ha marginalizzato i tradizionali vettori di conoscenza e formazione di “senso comune”: i giornali, i libri, ma addirittura anche l’educazione familiare, sociale e scolastica. Nella cosiddetta “società dello spettacolo” la maggior parte di noi è esposto a continue sollecitazioni fin dalla più giovane età, quando ancora i personali strumenti cognitivi e interpretativi sono in via di costruzione, ponendo inediti compiti per la famiglia, per le tradizionali politiche scolastiche, e per nuove politiche di formazione lungo tutto l’arco della vita a contrasto dell’analfabetismo recidivo e di ritorno. La posta in gioco è la competenza critica dei cittadini, garanti ultimi di un corretto funzionamento della democrazia. Per la complessità e la delicatezza di questi scenari è necessario potenziare e costruire, sin dentro le opinioni pubbliche euro-atlantiche, il consenso sul ruolo dei soggetti pubblici sopranazionali. Il progetto politico e costituzionale dell’Unione Europea è la priorità politica e culturale degli innovatori del XXI secolo. Nel solco della nuova Europa, seminato a Lisbona, dovrà crescere ed affermarsi una intera generazione di italiani. È nello spirito dell’Europa, infatti, nelle sue ragioni e nei suoi valori, che risiedono gran parte delle ragioni dell’impegno politico delle ragazze e dei ragazzi italiani; quella generazione che, a partire dalla specificità dell’esperienza dei soggiorni di studio Erasmus, dimostra di essere quella più direttamente coinvolta dall’incidenza della prospettiva comunitaria nella formazione di un idem sentire e di una comunanza di valori tra i popoli d’Europa: la pace giusta come costante esercizio politico fra i conflitti, il rispetto dei diritti umani e civili, la libertà di circolazione di idee e persone, il mercato concepito come uno spazio di libertà e di intrapresa a cui presidiano regole certe e salde, il lavoro come tratto fondamentale della cittadinanza e perciò in grado di liberarsi dalle tante forme di precarietà, la sussidiarietà verticale e orizzontale rispettosa della libera iniziativa e dell’aspirazione delle comunità locali all’autogoverno, l’euro e la sua forza di moneta globale. La nostra è la generazione del multilateralismo, del dialogo tra i popoli e le religioni, della corrispondenza tra la costruzione della pace e la realizzazione della giustizia. Per questo le straordinarie mobilitazioni per la pace e per una globalizzazione più giusta, hanno segnato il momento di prima socializzazione politica di migliaia di giovani italiani. Anche da quella forza e da quell’entusiasmo è necessario trarre continuo alimento per la futura vita di una grande organizzazione progressista.Per una nuova e diversa idea della modernizzazione nazionaleI problemi dei giovani italiani sono quelli di un intero paese che deve imparare a tornare a guardare con maggiore fiducia al futuro. Le incognite con le quali essi si confrontano, sono quelle della transizione a una prospettiva di sviluppo fondata sul principio di qualità e di apertura, che possa coniugare maggiori possibilità di mobilità con un’ampia gamma di opportunità e di tutela e renda possibile l’avvio e il perseguimento, per ciascuno, di un autonomo cammino familiare e professionale. La questione generazionale in Italia non può essere declinata solo su basi vertenziali. Essa è, infatti, oggi più che mai questione che riguarda la sostenibilità di un equilibrio politico, economico, sociale.La democrazia italiana, sbocciata dalle macerie della dittatura fascista, si avviò dal primo dopoguerra e per oltre un quarto di secolo, su di un sentiero di sviluppo sostenuto, recuperando in poco tempo una parte importante del ritardo che la divideva dai paesi con più elevati livelli di benessere economico. Lo sviluppo, pur connotato da tensioni sociali e conflitti distributivi, beneficiò di diversi fattori, endogeni ed esogeni, che consentirono di conseguire fortissimi guadagni in termini di produttività del sistema economico e di conseguenza, un innalzamento complessivo della qualità della vita e della diffusione della ricchezza. La crescita dell’economia, di durata e intensità del tutto nuove per il nostro paese, fu accompagnata da un innalzamento progressivo del livello d’istruzione della popolazione, che combinato efficacemente con lo stato delle conoscenze tecnologiche, determinò l’inclusione di nuove forze lavoratrici e contribuì alla modernizzazione della società, consentendo la tenuta della democrazia anche nei momenti in cui più forte e violento si levò dalla follia terrorista l’attacco al cuore dello Stato. IstruzioneDai primi anni Novanta, la semplificazione della mobilità di beni e capitali finanziari, l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le tecnologie dei materiali sottili, sono intervenute a mutare radicalmente le caratteristiche dello sviluppo economico a livello globale. Esse disegnano nuove gerarchie, rivoluzionano i processi produttivi, modificano in modo sostanziale - soprattutto nei paesi avanzati - le caratteristiche dell’input di lavoro domandato dalle imprese, la struttura dei consumi, la tipologia e il contenuto tecnologico delle produzioni. Tali trasformazioni hanno gradualmente reso determinante la capacità di un paese di accrescere e migliorare continuamente il livello di istruzione della sua popolazione. Questo motore della crescita civile ed economica riveste una capitale rilevanza nelle fasi di progresso tecnico come quello odierno; l’acquisizione di un livello avanzato di conoscenze è, infatti, condizione essenziale perché un sistema possa innovarsi adattando le sue strutture produttive al nuovo paradigma tecnologico; ma i benefici derivanti dall’innalzamento complessivo del tasso d’istruzione non possono misurarsi con soli parametri econometrici. Il “capitale sociale” - definito come l’insieme delle istituzioni, delle norme sociali di fiducia e reciprocità nelle reti di relazioni formali e informali che favoriscono l’azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere - è uno straordinario fattore di sviluppo sociale prima che economico. L’istruzione allenta i vincoli economici e culturali che legano gli individui al proprio ambiente di origine, costituisce il principale strumento di liberazione dall’eredità familiare o geografica in capo alla nascita, aumenta democraticamente le probabilità che i più capaci e meritevoli accedano a funzioni di governo o della pubblica amministrazione, dell’impresa e della politica. La conoscenza è un bene comune non mercificabile, ed è la base della cittadinanza democratica. Implementarne lo spazio, la qualità, il perimetro è il compito dei modernizzatori del nuovo secolo. Il diritto di accesso ad essa, la libertà di scelta tra le offerte formative, l’abolizione di qualunque barriera formale e sostanziale che possa limitare il libero sviluppo della capacità umane, critiche e sociali di ciascun giovane del nostro Paese è l’obiettivo primario che un’organizzazione giovanile è chiamata a promuovere. E’ necessario andare oltre la migliore sintesi fra i diversi sistemi d’istruzione europei che, sin dall’inizio del Processo di Bologna del ’99, hanno affrontato i temi della conoscenza. Per garantire un alto profilo individuale e la mobilità studentesca oggi è prioritario non pensare soltanto all’uniformità dei sistemi di formazione, ma aver chiaro che la vera sfida sia garantire la possibilità a ciascuno di esprimere le proprie capacità senza doversi scontrare con le differenti legislazioni europee sul tema dell’accesso. Le politiche di formazione devono, in definitiva, mirare ad una cultura diffusa che promuova una crescita educativa integrale di cittadini attivi e responsabili, facendo leva sull’unità profonda tra sapere e saper fare, intelligenza umana e acquisizione di competenze: così da dare a tutti una piena autonomia di movimento nella complessità della società sapendo controllare se stessi in rapporto agli altri e alla pluralità dei linguaggi contemporanei. InnovazioneL’Italia è un paese che complessivamente genera e produce poca innovazione; ma l’innovazione è stimolata ed alimentata da un’organizzazione sociale ad essa preesistente. Il livello d’istruzione, la facilità di circolazione delle conoscenze, una fiscalità di favore per gli investimenti innovativi, una politica scolastica attenta ai talenti, una meritocrazia diffusa e riconosciuta, una maggiore libertà nelle relazioni interpersonali, un welfare che offra protezione “nel lavoro” e non solo “del posto” di lavoro, sono le condizioni preliminari perché una società generi e ne alimenti la fiamma. Le tare del sistema Italia si riproducono oramai da anni e si annidano nell’economia, nella struttura sociale e nei meccanismi della governance. Il made in Italy, quell’alchimia di artigianato e creatività che per anni ha fatto la fortuna del paese, rischia in assenza di avvedute politiche innovative, di trasformarsi in pochi anni da fiore all’occhiello di un’economia dinamica e creativa a fattore determinante dell’espulsione dell’Italia dal ciclo tecnologico. Investire in nuove tecnologie, nuovi processi e prodotti industriali, semplificare la burocrazia per le imprese, favorire e sostenere l’imprenditoria giovanile e femminile, in particolare nel Mezzogiorno, sono gli ingredienti necessari per una ricetta “generazionale” del rilancio economico. Il settore pubblico poi, non potrà non confrontarsi con nuovi criteri di organizzazione e regolazione del mercato, con innovativi sistemi di produzione di beni e valori pubblici, materiali (le linee ferroviarie e viarie, le scuole, le reti Tlc) e immateriali (il funzionamento della giustizia, la celerità della pubblica amministrazione, l’umanità della esecuzione penale). Il sostegno e la garanzia delle pari opportunità per i suoi cittadini, la promozione dei diritti civili, la difesa dei più deboli e di coloro che non possiedono autonomi e dignitosi mezzi di sostentamento: sono questi i pilastri su cui ergere l’edificio del futuro. Modernizzare una nazione per un’organizzazione giovanile democratica e riformista non può significare soltanto rimodellare il suo sistema produttivo a guisa del nuovo paradigma tecnologico. Significa anche (e soprattutto) attrezzarla alle sfide del presente perché possieda gli strumenti di analisi e di azione necessari per affrontare il nuovo secolo. RisanamentoSe tuttavia un intervento complessivo sulla competitività del Sistema - paese è fortemente legato all’innalzamento dell’alfabetizzazione superiore e della sua qualità da un lato, e alla riorganizzazione delle produzioni e degli strumenti di governance dall’altro, non si può eludere il nodo dell’intervento necessario sulle determinanti strutturali della spesa. Nessun disegno generazionale di rilancio può affermarsi senza una riconduzione su valori accettabili e sostenibili della dinamica del debito pubblico. La necessaria compressione delle spese di funzionamento dell’amministrazione di Stato ed enti locali - per essere virtuosa e non esclusivamente “punitiva” - dovrà fondarsi su nuovi e più stringenti criteri di valutazione dei risultati. Un rovesciamento della piramide degli incentivi che introduca reali meccanismi di premialità, per la burocrazia come per le università, gli enti di ricerca, le articolazioni periferiche dello stato, persino le regioni e gli enti locali, contribuirebbe ad un tempo a ridurre i costi e a potenziare l’efficienza complessiva delle pubbliche amministrazioni. È accanto a queste priorità riassumibili nel polinomio istruzione della popolazione – innovazione delle produzioni e dei processi produttivi – risanamento economico, che altre due esigenze per la piena soddisfazione di un disegno “generazionale” del rilancio del paese prendono corpo: la riorganizzazione del sistema previdenziale e la riduzione della precarietà nel mercato del lavoro.Welfare e pensioniL’Italia si appresta a divenire la nazione più vecchia e longeva del mondo e che questo avrà un effetto decisivo sulla struttura produttiva, sociale e di conseguenza previdenziale.La spesa pensionistica in Italia è pari al 15,4 per cento del prodotto interno lordo. L’uscita dalle forze lavoro è massima in corrispondenza dei requisiti minimi di pensione, attestati dopo i processi di riforma a 60 anni di età. Si tratta di una dinamica insostenibile per qualsiasi paese avanzato. Da decenni il dibattito sulle politiche sociali sembra incentrato quasi esclusivamente sul sistema previdenziale e mai su altre forme di spesa sociale quali il sostegno alle famiglie, ai giovani studenti o ai giovani lavoratori. Per questo essa necessita oggi di un’ulteriore estensione poiché gli indici di struttura e quelli del ricambio demografico testimoniano quanto il processo di invecchiamento della popolazione italiana sia duraturo ed avanzato.Il rapporto tra il potenziale di lavoro giovane (20-39) anni e quello più anziano (20-59 anni) tenderà a deteriorarsi rapidamente dalla attuale parità a 2 giovani ogni 3 anziani, mentre il ricambio tra generazioni in procinto di entrare nella fascia di età lavorativa e quelle in procinto di uscirne sarà in progressiva riduzione. In assenza pertanto di consistenti flussi migratori, la popolazione italiana è destinata ad avvitarsi in un processo in cui l’unico aggregato in posizione numerica attiva sarà quello della popolazione anziana; ma una popolazione che vede ridursi nel tempo non solo la sua consistenza progressiva ma anche sistematicamente quella dei suoi sub-aggregati economicamente e demograficamente più produttivi, rischia di impoverirsi irrimediabilmente e definitivamente. Il benessere raggiunto non può essere considerato come un dato acquisito o irreversibile. Ciò richiede una grande nuova consapevolezza da parte di una generazione chiamata a farsi carico direttamente di un problema non più rinviabile.LavoroIl precariato generalizzato e diffuso è un inaccettabile svilimento della dignità delle persone e del lavoro, che riparato dietro l’illusorio usbergo della riduzione dei costi mortifica le professionalità, le aspirazioni personali e quelle individuali. Sostenere la bandiera della “civiltà del lavoro”, significa costruire strumenti adeguati a proteggere il lavoratore nel suo percorso professionale, che seppure frammentato e rivoluzionato dai nuovi cicli di produzione, non può restare senza protezione in balia delle sole nude regole del mercato. A pagare il prezzo più alto anche in questo caso sono le giovani generazioni. Esse, in particolare la componente femminile, appaiono nel mercato del lavoro italiano tanti piccoli giunchi esposti ad un monsone. La riduzione della segmentazione del mercato, stabilendo regole più uniformi e in base alle quali il rapporto di lavoro acquisisca stabilità col passare del tempo, è richiesto da motivi di equità in via primaria, ma è anche sorretto da solide ragioni di efficienza. La battaglia per un lavoro sicuro, dignitoso, commisurato alle professionalità e alle competenze di tutti e di ciascuno è il primo dei diritti di cittadinanza cui aspirare, terreno essenziale per lo sviluppo della creatività e della personalità. Una battaglia che una nuova generazione di democratiche e democratici dovrà intestarsi con determinazione e passione.Concorrenza ed equitàL’intensificazione della concorrenza, l’ampliamento per l’esplicarsi dei meccanismi di mercato sono i restanti ingredienti di una matura e consapevole ricetta “generazionale” per il paese; essi sono, ancora una volta, necessari al rilancio produttivo e complementari a scelte di equità. In un’economia come quella italiana, nella cui storia è tristemente ricorrente il privilegio di pochi fondato sulla protezione dello Stato, la concorrenza costituisce un agente di giustizia sociale. Essa regolata e corretta da regole semplici, chiare e applicate è il grimaldello più autentico per scardinare quel poderoso grumo di interessi corporativi che in molti campi asfissia la nazione. L’Italia ha bisogno di mercato, di concorrenza, di legittima contendibilità degli spazi privati e persino di alcuni spazi pubblici. Una generazione di progressisti ha il suo nemico nel privilegio e non nel mercato, nella chiusura corporativa e familistica e non nella competizione. Se presidiato da una governance proattiva e coraggiosa, improntata alla realizzazione di pari condizioni nell’intrapresa di iniziativa economica, all’equità e alla giustizia sociale, il mercato resta un poderoso strumento di estensione del benessere e dei diritti individuali, un patrimonio da difendere e da tutelare dalla continua aggressione culturale e politica del pensiero reazionario, nazionalista e protezionista.Nuovi dirittiUna forza giovanile e progressista che guarda al futuro ha come obiettivo primario l’ampliamento di diritti, libertà e garanzie per la persona – il singolo come soggetto portatore di diritti –, valvola di conquiste sociali e collettive. La persona umana va tutelata, nella sua integrità, indipendentemente dal suo essere cittadino, ma anzi con l’obiettivo di una nuova inclusività che sia slegata da nascita, sangue, cultura, cittadinanza. Una forma di individualismo generoso che concepisce la società come luogo degli individui, con un’inversione del percorso tradizionale che conduceva dalla comunità al singolo. Maggiori garanzie per i detenuti, con l’incremento delle misure alternative al carcere a vantaggio di sanzioni alternative; libertà religiosa, riconoscimento delle confessioni presenti in Italia e sviluppo del sistema delle Intese; promozione di un sistema di norme che non equipari il migrante a mera forza lavoro, riforma del concetto di cittadinanza e voto amministrativo agli immigrati; riforma della normativa sui diritti del consumatore/utente e tutela della privacy; e diritti del malato; politiche di sostegno alla genitorialità; garanzia della libertà negli orientamenti sessuali. Molte di questi battaglie, oltre a permeare necessariamente una cultura politica di centro-sinistra riformista, possono contare su una forte capacità evocativa, in grado di sviluppare senso di appartenenza e desiderio di militanza, in tempi in cui assistiamo spesso al rischio di derive reazionarie, discriminatorie ed a regressioni addirittura razzistiche in segmenti della società e nelle pratiche politiche della destra.Diritto al protagonismo Il combinato disposto determinato dal binomio alto debito – bassa crescita non consente interventi di rilancio nazionale tarati esclusivamente sulla leva della fiscalità generale. Essa è importante, e fondamentale è l’azione di recupero degli introiti sottratti da evasione ed elusione; ma creare nuove opportunità di crescita economica in sintonia con la “questione generazionale” significa anche creare e propiziare spazi di protagonismo personale, civile e imprenditoriale. Negli ultimi trenta anni, in tutto il mondo occidentale si è assistito a uno spostamento in avanti dell’età alla quale i giovani fuoriescono dalla casa familiare definito come “posticipazione della transizione allo stato adulto”. L’Italia non a caso, si pone ai vertici di tale processo, distinguendosi per il tempo di permanenza dei figli nella famiglia d’origine. Nel resto dell’Unione europea solo un giovane su tre di età 18-34 vive con i genitori. Si sale invece in Italia a oltre il 60%, con una dinamica ancora più sconfortante per quello che riguarda le giovani donne. Tassi di attività e salari sensibilmente più bassi rispetto alla media degli altri paesi industrializzati, disoccupazione, sottoccupazione, precarietà del posto di lavoro a fronte di un welfare che fornisce scarsissima protezione sociale, sono le cause principali di tale ritardo. Un tale sistema che consente (se non addirittura favorisce) la permanenza dei giovani nella casa familiare è ancora una volta iniquo e inefficiente. È iniquo, perché affidando esclusivamente alla famiglia di origine i compiti di aiuto e sostegno svantaggia chi proviene da famiglie più povere, con uno status socio culturale più basso oltre che da famiglie monogenitoriali o ricostituite. Ciò deprime la mobilità sociale ed è funzionale alla riproduzione nel tempo delle disparità sociali di partenza. È inefficiente, perché mantenere una così elevata quota di giovani inattivi dal punto di vista lavorativo e riproduttivo, è un enorme spreco per la collettività, che reca pesanti ricadute sul dinamismo sociale, economico e culturale della nazione. Liberare una generazione significa costruire per essa la possibilità di progettare autonomi spazi di vita, di crescita, di socializzazione e di mobilità Immaginare il futuro significa anche e soprattutto costruire spazi per i più giovani, per la loro creatività, per il loro estro e il loro dinamismo. Nessuna società è mai cresciuta mortificando i suoi eredi, modernizzare il paese significa anche e soprattutto partire da qui. Dipende soltanto da noi, perché scegliendo l’impegno politico assumiamo la consapevolezza che nessuno spazio è concesso. Ma che per rinnovare bisogna essere migliori, più bravi e più forti di chi si intende sostituire alle leve del comando.Per una nuova cultura politicaTanto l’economia quanto la società italiana si presentano complessivamente restie ad assecondare l’innovazione, sia che essa riguardi nuovi processi produttivi, nuove tecnologie e prodotti, sia che riguardi l’accesso delle donne e dei giovani al mercato del lavoro o alle professioni liberali. Eppure assecondare il progresso e la diffusione della conoscenza, la capacità di tutti di accedere al ruolo sociale che si desidera e che si merita, la parificazione delle condizioni di vita e di occupazione dei generi, sono i soli elementi che hanno apportato una qualche forma di dinamismo alle società evolute e l’unica strada per sottrarsi alla legge dei rendimenti decrescenti. Sui giovani riformisti di questo paese grava pertanto un onere pesante e meraviglioso. Costruire quell’organizzazione giovanile popolare, a vocazione europea e riformatrice, che abbia le dimensioni e la forza per proporre e sostenere un grande progetto generazionale per il rinnovamento del paese, una forza politica giovanile inedita per la storia e per la tradizione italiana, che possa essere da esempio anche oltre i nostri confini. Il Partito Democratico rappresenta la più grande innovazione politica europea. In esso la nostra generazione, ha dimostrato di credere fortemente. Oggi, a partire da una prospettiva generazionale, possiamo essere noi il pezzo di società italiana che più convintamene fa vivere e da corpo al progetto politico di aggregare i giovani italiani attorno al simbolo e ai valori del Partito Democratico. Per questo, noi, giovani democratiche e democratici, cittadini italiani o giovani immigrati, donne e uomini dell’Italia di domani, diamo vita alla più grande organizzazione politica giovanile italiana. Una grande organizzazione moderna, che sia il sogno e l’approdo che migliaia di ragazzi e ragazze perseguono da tempo. Un’organizzazione politica autonoma ed affiancata al partito Democratico, in cui finalmente ciascuno si senta a casa, e non ospite di una carovana perennemente in transizione. Un corpo ampio e solidale di iscritti, militanti, simpatizzanti, semplici sostenitori, che svolga, nell’interesse generale della nazione, la funzione di rappresentare i giovani italiani che credono nel progresso della civiltà e della scienza, nella ragione, nella pace tra gli uomini e le nazioni, nel valore del lavoro e nella sua difesa, nei diritti umani e civili, nella libertà, nella difesa degli ultimi, dei meritevoli, nella democrazia e nel mercato, nella costruzione di un mondo più equo ma anche e soprattutto più vivibile, da lasciare a chi verrà dopo. Costruire un mondo migliore è l’aspirazione primaria che nutre l’impegno politico: cambiare la realtà partendo dalla propria strada o dal proprio quartiere. Per questo costruiremo un’organizzazione forte e radicata, capace di essere presente dovunque, dalle scuole alle università, dai luoghi di lavoro a quelli della cultura, ci siano dei giovani cittadini pronti a impegnarsi per un ideale di progresso per i popoli e per gli uomini, nelle dinamiche e produttive città del nord, come nelle troppo spesso dimenticate terre del Mezzogiorno. L’Italia avrà ancora un posto tra i grandi della terra; per questo obiettivo, per il suo raggiungimento, perché questo contribuisca a favorire lo sviluppo delle nazioni, la pace tra i popoli, la diffusione del benessere e della democrazia, la sostenibilità ambientale ci diciamo giovani democratici e in nome di questi valori costruiremo protagonismo e spazi per una generazione intera. Una generazione che non ha mai votato sulla scheda nulla di diverso dall’Ulivo prima e dal Pd finalmente oggi, o che non sia ancora mai andata a votare, che non è mai stata iscritta ad un partito della prima Repubblica. Una generazione nata politicamente dopo il 1989 che oltre a sentirsi italiana si sente pienamente e consapevolmente europea e che in Europa trova il luogo naturale in cui manifestare la sua vitalità e il suo protagonismo; una generazione che vive la mobilità come condizione permanente della propria esistenza che declina i valori europei come consituency di una nuova identità generazionale e collettiva. Un nuovo grande soggetto “generazionale” dove la laicità possa essere la grammatica comune delle forze costituenti, la koiné minimale della convivenza, ma dove tutti e ciascuno vedano rispettati i propri orientamenti, le proprie convinzioni religiose, etiche, morali. I “tempi nuovi” preconizzati da Aldo Moro sono già in noi. Essi, tuttavia, necessitano di essere guidati; con le emozioni forti di chi sa sognare ad occhi aperti e con la concretezza che accetta la sfida di trasformare i sogni in realtà. La storia d’Italia è stata la storia dei giovani italiani. Dei giovani soldati morti armi in pugno a Cefalonia, come dei ragazzi che hanno animato le Brigate Partigiane. Dei “professorini” alla Costituente, delle giovani generazioni che hanno incarnato il movimento degli anni sessanta senza poi cedere alle tentazioni del terrorismo. Ma è anche quella di tanti ragazzi normali, di storie, destini e volti che nel vivere l’ogni giorno del nostro Paese, l’hanno fatto grande. Giorgio La Pira, nel ricordare il giovane assessore Nicola Pistelli, fece affiggere sui muri di Firenze un manifesto semplice con scritto “da un piccolo chicco di frumento cresceranno tante spighe di grano nuovo”. Oggi noi seminiamo quel chicco. Sul solco tracciato dai padri che hanno scritto la Costituzione e fondato la Repubblica. Oggi noi sfidiamo i ragazzi e le ragazze che vivono il presente ad essere all’altezza del passato per costruire un grande futuro. Facendo incontrare cuore e mente, idee e progetti, passione e realtà. Chiediamo alla nuove generazioni che abitano il presente di mettersi in gioco, di essere generazione di governo, di scrivere un pezzo importante di storia della nostra comunità, di rifiutare il nulla, il poco e il menopeggio. Di scegliere il coraggio, la partecipazione, il confronto. Di essere, insieme a noi, coloro che cambiano l’Italia. Di essere insieme a noi, Generazione Democratica.
wwww.partitodemocratico.it
sabato 6 settembre 2008
D'ALEMA A FIRENZE: UN PARTITO PER IL POPOLO
4 settembre 2008
PRIMO PIANO Dalla Festa
Un partito per il popolo
D'Alema a Firenze: "Discutiamo, ragioniamo sulle vie per la rivincita
Quando Massimo D’Alema arriva alla Festa Democratica di Firenze sono da poco passate le 19. Nella sala Giorgio La Pira è in corso il dibattito tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e Giuliano Amato. In men che non si dica una folla di fotografi, camerman e giornalisti circondano l’ex ministro degli Esteri. La gente di Firenze, che a quell’ora già affolla le vie della Fortezza da Basso, attende. D’Alema, prima di andare in libreria per presentare insieme a Vittoria Franco il bel libro di Marisa Rodano “Il mutare dei tempi”, fa un giro tra gli stand della Festa, come vuole la tradizione. Saluti, incitamenti, consigli, esortazioni. Poco dopo le 21, quando la sala dibattiti è già strapiena (si parla di oltre 2mila persone sotto il tendone), Giovanni Floris e Massimo D’Alema fanno il loro ingresso in sala per l’attesa intervista serale. L’esponente democratico parte proprio da loro, della gente della Festa: “Mi sembra di poter riassumere gli inviti che ho ricevuto girando tra gli stand con l’espressione ‘diamoci una mossa’”. E giù applausi. Il pubblico è caldo, gli interlocutori anche. Floris chiede conto a D’Alema del ‘tuffo’ in mare dal gommone ritratto e pubblicato da Novella 2000, e lui risponde, ironico: “Apprezzo molto quel giornale e il modo in cui crea le notizie. Hanno pubblicato solo la parte finale di quanto accaduto. La stampa italiana va sempre vista con occhio critico”.MASSIMO D'ALEMA ALLA FESTA DEMOCRATICALe risate lasciano spazio al dibattito politico. Non si può che partire dai primi passi del governo Berlusconi e dalla sua (presunta) popolarità. “Non sono in grado di misurare la popolarità del governo – dice D’Alema in risposta alla domanda di Floris – ma so che Tremonti e Berlusconi si stanno muovendo con inconsueta abilità”. In pratica, “stanno fingendo di governare il Paese, ma in realtà non lo stanno facendo”. Da una parte stanno godendo della “buona situazione di governo ereditata dal centrosinistra”. Gli esempi più lampanti: la situazione di Napoli, “in cui Berlusconi non ha fatto altro che mettere in atto il decreto del governo Priodi”, e l’accordo con la Libia, “negoziato da noi e concluso da Berlusconi con un esborso di denaro pubblico pari a 5 miliardi di dollari”.Dall’altra parte ci sono i bluff, che rischiano di trasformarsi in veri e propri disastri. Da Alitalia, per la quale “dal punto di vista politico e di mercato si sta prospettando una situazione molto grave”, alla Finanziaria, “in cui il governo prima taglia indiscriminatamente i servizi essenziali dei cittadini, come scuola e sanità, e poi scarica le proprie responsabilità sugli enti locali. Tremonti si muove come se stesse sempre in campagna elettorale. Non toglie soldi ai cittadini, ma alle regioni che guarda caso sono amministrate in gran parte dal centrosinistra. In questo modo non perde popolarità”. Non è questo, sicuramente, il modo per risolvere i problemi del Paese, “che finirà per pagare un prezzo molto alto” per questo tipo di politica. Per contrastare tutto questo, in un contesto atipico di “democrazia anormale” come è quella italiana in cui il “potere mediatico, economico e politico è concentrato nelle mani di una sola persona”, non basta “una leggina”. Né il Partito Democratico può limitarsi a denunciare quanto sta accadendo. “Anche tenendo conto della fallimentare esperienze di governo del centrosinistra, una grave responsabilità che ci portiamo dietro, dobbiamo lavorare per costruire un’alternativa credibile. Non dobbiamo avere fretta, dobbiamo portare avanti una fase di riflessione non tanto per interrogarci sulle ragioni della sconfitta, quanto più per ragionare sulle vie per la rivincita”. Secondo D’Alema, “ora bisogna portare a compimento la costruzione di questo partito, riallacciare un rapporto, un contatto con il popolo che da noi deve sentirsi più naturalmente rappresentato”. Sì, perché, “quel contatto con la parte profonda del popolo italiano, quella più sofferente, quella più esclusa, l’abbiamo perso. E per riconquistarlo – afferma – non servono interviste sui giornali o dibattiti tv. Serve un partito”. Un partito aperto, che concluda la fase di costruzione e radicamento con i circoli e che cominci “a discutere di politica”. Un partito in cui “se verrò chiamato a dare una mano, per aiutare e non per dare fastidio a qualcuno, non mi tirerò certo indietro”, assicura il “soldato semplice” – come lui stesso si definisce.Un partito, insomma, che si radichi e che cominci a radicare un’alternativa nel Paese. “Dobbiamo guardarci intorno, alla nostra sinistra, dove c’è una sinistra radicale che ha sbagliato tanto, e al centro dove c’è una parte di mondo cattolico che non si è fatto assorbire dal berlusconismo”. Un partito che, al tempo stesso, non rifiuti e non sfugga al confronto parlamentare, che non ammaini la bandiera della battaglia politica. Dura, senza sconti, ma che metta al centro gli interessi del Paese. Come per la giustizia. D’Alema è chiaro: “Siamo pronti al dialogo, al confronto. Ma dobbiamo partire dai problemi dei cittadini (tempi della giustizia civile troppo lunghi) e non da quelli della ‘guerra’ tra politica e magistratura. Io sono contrario alla separazione della carriere, che non è comunque un priorità. Berlusconi sia arrabbia quando la giustizia funzione, i cittadini quando non funziona”. Diverso è il discorso sulla sicurezza, in cui “si misura uno degli aspetto culturali meno accettabili della destra, che gioca con le paure dei cittadini”. L’esponente democratico ha parole durissime per “le trovate propagandistiche e pubblicitarie messe in campo dal governo, per l’estremismo” diffuso scientificamente tra i cittadini, “che ha spalancato le porte alla vittoria di Berlusconi”. D’Alema, in particolare, giudica “la trovata dei militari nelle strade (3mila soldati che non opereranno mai in più di 900 contemporaneamente in tutto il Paese) come uno dei momenti più bassi delle esperienze di governo che io conosca”. In questi mesi, nella destra, “c’è stata l’esibizione della durezza solo contro la povera gente. Al contrario, come sostiene Tony Blair, noi dobbiamo essere duri con il crimine e duri con le cause del crimine”. Si parla di sicurezza, non si può non parlare di immigrazione. D’Alema parte da un dato: “Quando ci sono paesi ricchi e vecchi che confinano con paesi poveri e giovani, è ovvio che i primi siano interessati da flussi migratori in entrata. E’ un fenomeno inevitabile, che fa parte della storia del mondo. Un fenomeno che va governato. E’ sbagliato sottovalutarlo o così come è impossibile cercare di fermarlo. Va combattuta l’immigrazione clandestina e per questo va cambiata la legge Bossi-Fini”, che non ha fatto altro che produrne in quantità industriale. Se cresce la clandestinità, cresce anche la criminalità. E’ un dato di fatto. Così come è un dato che “tra gli immigrati regolari il tasso di criminalità è inferiore che tra i cittadini italiani”. E’ per questo che “ci vuole una politica più aperta e generosa per l’immigrazione legale. Sì alle espulsioni del clandestino che delinque, ma sì anche voto agli immigrati, ai ricongiungimenti famigliari: “Se il mio vicino di casa lavora, vota, e vive con la propria famiglia io mi sento più sicuro. E so di vivere in una società più giusta, dato che gli immigrati regolari rappresentano oggi lo strato sociale più umile. Ma che razza di democrazia è – conclude D’Alema – quella in cui i lavoratori manuali non hanno diritto di voto?”. Applausi, una vera e propria ovazione. La gente si ammassa sotto il palco, chiede autografi. Un ragazzo, con in mano “l’Unità”, dice a D’Alema: “Abbiamo ancora tanto bisogno di te”. Il Partito Democratico deve riallacciare un contatto con il popolo, con la fetta più profonda del popolo. A cominciare dal ‘suo’ popolo. Serate come questa sembrano ottimi punti di partenza.
PRIMO PIANO Dalla Festa
Un partito per il popolo
D'Alema a Firenze: "Discutiamo, ragioniamo sulle vie per la rivincita
Quando Massimo D’Alema arriva alla Festa Democratica di Firenze sono da poco passate le 19. Nella sala Giorgio La Pira è in corso il dibattito tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e Giuliano Amato. In men che non si dica una folla di fotografi, camerman e giornalisti circondano l’ex ministro degli Esteri. La gente di Firenze, che a quell’ora già affolla le vie della Fortezza da Basso, attende. D’Alema, prima di andare in libreria per presentare insieme a Vittoria Franco il bel libro di Marisa Rodano “Il mutare dei tempi”, fa un giro tra gli stand della Festa, come vuole la tradizione. Saluti, incitamenti, consigli, esortazioni. Poco dopo le 21, quando la sala dibattiti è già strapiena (si parla di oltre 2mila persone sotto il tendone), Giovanni Floris e Massimo D’Alema fanno il loro ingresso in sala per l’attesa intervista serale. L’esponente democratico parte proprio da loro, della gente della Festa: “Mi sembra di poter riassumere gli inviti che ho ricevuto girando tra gli stand con l’espressione ‘diamoci una mossa’”. E giù applausi. Il pubblico è caldo, gli interlocutori anche. Floris chiede conto a D’Alema del ‘tuffo’ in mare dal gommone ritratto e pubblicato da Novella 2000, e lui risponde, ironico: “Apprezzo molto quel giornale e il modo in cui crea le notizie. Hanno pubblicato solo la parte finale di quanto accaduto. La stampa italiana va sempre vista con occhio critico”.MASSIMO D'ALEMA ALLA FESTA DEMOCRATICALe risate lasciano spazio al dibattito politico. Non si può che partire dai primi passi del governo Berlusconi e dalla sua (presunta) popolarità. “Non sono in grado di misurare la popolarità del governo – dice D’Alema in risposta alla domanda di Floris – ma so che Tremonti e Berlusconi si stanno muovendo con inconsueta abilità”. In pratica, “stanno fingendo di governare il Paese, ma in realtà non lo stanno facendo”. Da una parte stanno godendo della “buona situazione di governo ereditata dal centrosinistra”. Gli esempi più lampanti: la situazione di Napoli, “in cui Berlusconi non ha fatto altro che mettere in atto il decreto del governo Priodi”, e l’accordo con la Libia, “negoziato da noi e concluso da Berlusconi con un esborso di denaro pubblico pari a 5 miliardi di dollari”.Dall’altra parte ci sono i bluff, che rischiano di trasformarsi in veri e propri disastri. Da Alitalia, per la quale “dal punto di vista politico e di mercato si sta prospettando una situazione molto grave”, alla Finanziaria, “in cui il governo prima taglia indiscriminatamente i servizi essenziali dei cittadini, come scuola e sanità, e poi scarica le proprie responsabilità sugli enti locali. Tremonti si muove come se stesse sempre in campagna elettorale. Non toglie soldi ai cittadini, ma alle regioni che guarda caso sono amministrate in gran parte dal centrosinistra. In questo modo non perde popolarità”. Non è questo, sicuramente, il modo per risolvere i problemi del Paese, “che finirà per pagare un prezzo molto alto” per questo tipo di politica. Per contrastare tutto questo, in un contesto atipico di “democrazia anormale” come è quella italiana in cui il “potere mediatico, economico e politico è concentrato nelle mani di una sola persona”, non basta “una leggina”. Né il Partito Democratico può limitarsi a denunciare quanto sta accadendo. “Anche tenendo conto della fallimentare esperienze di governo del centrosinistra, una grave responsabilità che ci portiamo dietro, dobbiamo lavorare per costruire un’alternativa credibile. Non dobbiamo avere fretta, dobbiamo portare avanti una fase di riflessione non tanto per interrogarci sulle ragioni della sconfitta, quanto più per ragionare sulle vie per la rivincita”. Secondo D’Alema, “ora bisogna portare a compimento la costruzione di questo partito, riallacciare un rapporto, un contatto con il popolo che da noi deve sentirsi più naturalmente rappresentato”. Sì, perché, “quel contatto con la parte profonda del popolo italiano, quella più sofferente, quella più esclusa, l’abbiamo perso. E per riconquistarlo – afferma – non servono interviste sui giornali o dibattiti tv. Serve un partito”. Un partito aperto, che concluda la fase di costruzione e radicamento con i circoli e che cominci “a discutere di politica”. Un partito in cui “se verrò chiamato a dare una mano, per aiutare e non per dare fastidio a qualcuno, non mi tirerò certo indietro”, assicura il “soldato semplice” – come lui stesso si definisce.Un partito, insomma, che si radichi e che cominci a radicare un’alternativa nel Paese. “Dobbiamo guardarci intorno, alla nostra sinistra, dove c’è una sinistra radicale che ha sbagliato tanto, e al centro dove c’è una parte di mondo cattolico che non si è fatto assorbire dal berlusconismo”. Un partito che, al tempo stesso, non rifiuti e non sfugga al confronto parlamentare, che non ammaini la bandiera della battaglia politica. Dura, senza sconti, ma che metta al centro gli interessi del Paese. Come per la giustizia. D’Alema è chiaro: “Siamo pronti al dialogo, al confronto. Ma dobbiamo partire dai problemi dei cittadini (tempi della giustizia civile troppo lunghi) e non da quelli della ‘guerra’ tra politica e magistratura. Io sono contrario alla separazione della carriere, che non è comunque un priorità. Berlusconi sia arrabbia quando la giustizia funzione, i cittadini quando non funziona”. Diverso è il discorso sulla sicurezza, in cui “si misura uno degli aspetto culturali meno accettabili della destra, che gioca con le paure dei cittadini”. L’esponente democratico ha parole durissime per “le trovate propagandistiche e pubblicitarie messe in campo dal governo, per l’estremismo” diffuso scientificamente tra i cittadini, “che ha spalancato le porte alla vittoria di Berlusconi”. D’Alema, in particolare, giudica “la trovata dei militari nelle strade (3mila soldati che non opereranno mai in più di 900 contemporaneamente in tutto il Paese) come uno dei momenti più bassi delle esperienze di governo che io conosca”. In questi mesi, nella destra, “c’è stata l’esibizione della durezza solo contro la povera gente. Al contrario, come sostiene Tony Blair, noi dobbiamo essere duri con il crimine e duri con le cause del crimine”. Si parla di sicurezza, non si può non parlare di immigrazione. D’Alema parte da un dato: “Quando ci sono paesi ricchi e vecchi che confinano con paesi poveri e giovani, è ovvio che i primi siano interessati da flussi migratori in entrata. E’ un fenomeno inevitabile, che fa parte della storia del mondo. Un fenomeno che va governato. E’ sbagliato sottovalutarlo o così come è impossibile cercare di fermarlo. Va combattuta l’immigrazione clandestina e per questo va cambiata la legge Bossi-Fini”, che non ha fatto altro che produrne in quantità industriale. Se cresce la clandestinità, cresce anche la criminalità. E’ un dato di fatto. Così come è un dato che “tra gli immigrati regolari il tasso di criminalità è inferiore che tra i cittadini italiani”. E’ per questo che “ci vuole una politica più aperta e generosa per l’immigrazione legale. Sì alle espulsioni del clandestino che delinque, ma sì anche voto agli immigrati, ai ricongiungimenti famigliari: “Se il mio vicino di casa lavora, vota, e vive con la propria famiglia io mi sento più sicuro. E so di vivere in una società più giusta, dato che gli immigrati regolari rappresentano oggi lo strato sociale più umile. Ma che razza di democrazia è – conclude D’Alema – quella in cui i lavoratori manuali non hanno diritto di voto?”. Applausi, una vera e propria ovazione. La gente si ammassa sotto il palco, chiede autografi. Un ragazzo, con in mano “l’Unità”, dice a D’Alema: “Abbiamo ancora tanto bisogno di te”. Il Partito Democratico deve riallacciare un contatto con il popolo, con la fetta più profonda del popolo. A cominciare dal ‘suo’ popolo. Serate come questa sembrano ottimi punti di partenza.
FESTA DEMOCRATICA FIRENZE: VELTRONI "SOGNAMO QUALCOSA DI GRANDE"
6 settembre 2008
PRIMO PIANO Articolo
Qualcosa di grande
Passione, grinta, speranza. Alla Fortezza da Basso di Firenze è stato il giorno del segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, che nella lunga intervista con Enrico Mentana ha tratteggiato la strategia del Partito Democratico, evidenziato le critiche al governo, fugato i dissidi interni e centrato i temi identitari del partito: la difesa del lavoro, della scuola, dell’ambiente, la tutela dei diritti negati. “Non ci piegheremo al pensiero unico di destra, Essendo di sinistra non me ne ero mai accorto ma c'è stato un tempo in cui c'era un pensiero unico di sinistra, ora c'è il problema opposto, si afferma un opprimente pensiero unico a cui non ci dobbiamo piegare. Abbiamo il dovere etico di andare controcorrente per difendere i principi e i valori in cui crediamo. La politica non è piegarsi a quello che succede”Basta polemiche. “Il tempo delle polemiche è finito, è ora di ritrovare il consenso della gente. La sinistra è affetta storicamente dalla “sindrome di Tafazzi”. La luna di miele con Berlusconi sta per terminare e allora dovremo avere un nuovo gruppo dirigente che sappia conoscere e comprendere i problemi della gente. Bisogna essere orgogliosi dei risultati ottenuti dal Partito democratico. Alla destra invidio l’immunità dalla sindrome autolesionista. Quando perde si rimbocca le maniche e torna a vincere. Dobbiamo essere orgogliosi del 34% delle elezioni politiche. È l'unica cosa che vorrei guardassimo con interesse. Per questo non accetto in una Festa Democratica dei dirigenti filoberlusconiani. Da questo palco si è detto bene dei primi 100 giorni di Berlusconi. È un'offesa anche a tutto il popolo del Pd, A chi f apolitica nelle assemblee”. L’alleanza con Di Pietro. “La scelta di Di Pietro era giusto farla ed era condivisa. Antonio ha sottoscritto programma e sottoscritto il patto per fare un gruppo parlamentare unico. Dopo le elezioni però lui ha tradito un patto preso davanti a tutti gli elettori, perché aveva ottenuto due seggi in più del minimo per avere una rappresentanza propria in parlamento”. 100 giorni di tagli. “Il governo si è occupato del problema giustizia tenendo conto delle necessità di sessanta milioni di italiani, ma quelle di uno solo. Il pensiero di Berlusconi è: “Mi accusano per un reato, io cambio la legge”. Ancora: “Avevano promesso meno tasse e le stanno aumentando, i tagli più grandi li hanno fatti per scuola e sicurezza e poi mandano in giro i militari…”. Scuola. In Italia «c'era una sola scuola che funzionava, quella elementare, e il governo va a fare tagli proprio in quella scuola lì ». E poi entra nel merito delle polemiche sull'esame di Stato per diventare avvocato che il ministro Gelmini ha fatto a Reggio Calabria. «Il ministro della Pubblica istruzione parla di merito nella scuola e poi va a fare gli esami per diventare avvocato dove è più facile farli: il merito deve valere per tutti». Il premier Berlusconi.«Berlusconi invece di avere un linguaggio improprio verso l'opposizione riconosca che noi non usiamo colpi bassi. Noi torneremo a vincere a viso aperto, senza colpi bassi, ma su un'idea migliore di società». Il segretario del Pd afferma che rispetto al passato quando c'era un pensiero unico di sinistra, ora siamo arrivati ad una situazione opposta: «C'è un pensiero unico opprimente di fronte a cui non ci dobbiamo piegare ma avere il coraggio di andare avanti anche controcorrente».”I nuovi dirigenti -ha detto Veltroni- devono saper stare in mezzo ai problemi, non mi importa se non sanno fare un intervento meno bello, ma saper stare in mezzo agli operai, in mezzo alla gente comune Chi è dirigente ha più responsabilità di altri, non lo è solo per avere privilegi. Dirigo un partito e ho l'interesse che tutti diano una mano, ho il dovere di ascoltare e di coinvolgere ma vorrei che ci fosse spirito di squadra. Fino alle ore 14 del 15 aprile c'era una processione davanti alla mia porta per ringraziarmi e dirmi che li avevo salvati, ma le stesse persone alle ore 18 hanno subito cambiato espressione. Questo è quello che non mi piace, anche dal punto di vista umano. Si sta insieme sia che si vinca, sia che si perda. Coinvolgerò tutti i dirigenti, ma voglio anche fare avanzare una nuova generazione che abbia l'età, la freschezza, le idee del Pd del futuro, non di ieri ma di domani". “Per fortuna che esiste un presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano”. E’ l’omaggio reso dal leader del Pd, Walter Veltroni, in uno dei suoi passaggi dell’intervento alla festa nazionale del Pd in corso a Firenze. Interrotto da scroscianti applausi, Veltroni ha citato anche altre personalità importanti per l’Italia a cui si deve fare riferimento: Vittorio Foa “che ha 98 anni ma con il suo ottimismo è il più giovane dei nostri dirigenti”, Tina Anselmi, Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro.
PRIMO PIANO Articolo
Qualcosa di grande
Passione, grinta, speranza. Alla Fortezza da Basso di Firenze è stato il giorno del segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, che nella lunga intervista con Enrico Mentana ha tratteggiato la strategia del Partito Democratico, evidenziato le critiche al governo, fugato i dissidi interni e centrato i temi identitari del partito: la difesa del lavoro, della scuola, dell’ambiente, la tutela dei diritti negati. “Non ci piegheremo al pensiero unico di destra, Essendo di sinistra non me ne ero mai accorto ma c'è stato un tempo in cui c'era un pensiero unico di sinistra, ora c'è il problema opposto, si afferma un opprimente pensiero unico a cui non ci dobbiamo piegare. Abbiamo il dovere etico di andare controcorrente per difendere i principi e i valori in cui crediamo. La politica non è piegarsi a quello che succede”Basta polemiche. “Il tempo delle polemiche è finito, è ora di ritrovare il consenso della gente. La sinistra è affetta storicamente dalla “sindrome di Tafazzi”. La luna di miele con Berlusconi sta per terminare e allora dovremo avere un nuovo gruppo dirigente che sappia conoscere e comprendere i problemi della gente. Bisogna essere orgogliosi dei risultati ottenuti dal Partito democratico. Alla destra invidio l’immunità dalla sindrome autolesionista. Quando perde si rimbocca le maniche e torna a vincere. Dobbiamo essere orgogliosi del 34% delle elezioni politiche. È l'unica cosa che vorrei guardassimo con interesse. Per questo non accetto in una Festa Democratica dei dirigenti filoberlusconiani. Da questo palco si è detto bene dei primi 100 giorni di Berlusconi. È un'offesa anche a tutto il popolo del Pd, A chi f apolitica nelle assemblee”. L’alleanza con Di Pietro. “La scelta di Di Pietro era giusto farla ed era condivisa. Antonio ha sottoscritto programma e sottoscritto il patto per fare un gruppo parlamentare unico. Dopo le elezioni però lui ha tradito un patto preso davanti a tutti gli elettori, perché aveva ottenuto due seggi in più del minimo per avere una rappresentanza propria in parlamento”. 100 giorni di tagli. “Il governo si è occupato del problema giustizia tenendo conto delle necessità di sessanta milioni di italiani, ma quelle di uno solo. Il pensiero di Berlusconi è: “Mi accusano per un reato, io cambio la legge”. Ancora: “Avevano promesso meno tasse e le stanno aumentando, i tagli più grandi li hanno fatti per scuola e sicurezza e poi mandano in giro i militari…”. Scuola. In Italia «c'era una sola scuola che funzionava, quella elementare, e il governo va a fare tagli proprio in quella scuola lì ». E poi entra nel merito delle polemiche sull'esame di Stato per diventare avvocato che il ministro Gelmini ha fatto a Reggio Calabria. «Il ministro della Pubblica istruzione parla di merito nella scuola e poi va a fare gli esami per diventare avvocato dove è più facile farli: il merito deve valere per tutti». Il premier Berlusconi.«Berlusconi invece di avere un linguaggio improprio verso l'opposizione riconosca che noi non usiamo colpi bassi. Noi torneremo a vincere a viso aperto, senza colpi bassi, ma su un'idea migliore di società». Il segretario del Pd afferma che rispetto al passato quando c'era un pensiero unico di sinistra, ora siamo arrivati ad una situazione opposta: «C'è un pensiero unico opprimente di fronte a cui non ci dobbiamo piegare ma avere il coraggio di andare avanti anche controcorrente».”I nuovi dirigenti -ha detto Veltroni- devono saper stare in mezzo ai problemi, non mi importa se non sanno fare un intervento meno bello, ma saper stare in mezzo agli operai, in mezzo alla gente comune Chi è dirigente ha più responsabilità di altri, non lo è solo per avere privilegi. Dirigo un partito e ho l'interesse che tutti diano una mano, ho il dovere di ascoltare e di coinvolgere ma vorrei che ci fosse spirito di squadra. Fino alle ore 14 del 15 aprile c'era una processione davanti alla mia porta per ringraziarmi e dirmi che li avevo salvati, ma le stesse persone alle ore 18 hanno subito cambiato espressione. Questo è quello che non mi piace, anche dal punto di vista umano. Si sta insieme sia che si vinca, sia che si perda. Coinvolgerò tutti i dirigenti, ma voglio anche fare avanzare una nuova generazione che abbia l'età, la freschezza, le idee del Pd del futuro, non di ieri ma di domani". “Per fortuna che esiste un presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano”. E’ l’omaggio reso dal leader del Pd, Walter Veltroni, in uno dei suoi passaggi dell’intervento alla festa nazionale del Pd in corso a Firenze. Interrotto da scroscianti applausi, Veltroni ha citato anche altre personalità importanti per l’Italia a cui si deve fare riferimento: Vittorio Foa “che ha 98 anni ma con il suo ottimismo è il più giovane dei nostri dirigenti”, Tina Anselmi, Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro.
mercoledì 3 settembre 2008
"LE PRIME 100 FIRME PER UNA BELLA POLITICA" CONTINUA LA CAMPAGNA DI ADESIONI A TERRA E LIBERTA'
"LE PRIME 100 FIRME PER UNA BELLA POLITICA!" CONTINUA LA CAMPAGNA DI ADESIONI A TERRA E LIBERTA'
Aperta il 26 Agosto 2008, continua la campagna di adesioni all'Associazione Politica Culturale " Terra e Liberta' " sia a livello comunale che a livello provinciale (Cava de' Tirreni, Salerno, Costiera Amalfitana). "Siamo operativi da Agosto - dichiara Vincenzo Solimene Segretario Politico dell'Associazione - con la campagna di adesione alla nostra Associazione sia a livello di Vietri che in Provincia, ovviamente per aderire bisogna essere elettori di sinistra ed approvare il nostro Statuto". "Per le adesioni, ad oggi siamo oltre le 70 unità - conclude Solimene - e continuiamo a ritmo costante ricordiamo che per le iscrizioni, ci si può rivolgere a me o a tutti i dirigenti dell'Associazione presenti sul link RIFERIMENTI ED ORGANIZZAZIONE LOGISTICA".
Aperta il 26 Agosto 2008, continua la campagna di adesioni all'Associazione Politica Culturale " Terra e Liberta' " sia a livello comunale che a livello provinciale (Cava de' Tirreni, Salerno, Costiera Amalfitana). "Siamo operativi da Agosto - dichiara Vincenzo Solimene Segretario Politico dell'Associazione - con la campagna di adesione alla nostra Associazione sia a livello di Vietri che in Provincia, ovviamente per aderire bisogna essere elettori di sinistra ed approvare il nostro Statuto". "Per le adesioni, ad oggi siamo oltre le 70 unità - conclude Solimene - e continuiamo a ritmo costante ricordiamo che per le iscrizioni, ci si può rivolgere a me o a tutti i dirigenti dell'Associazione presenti sul link RIFERIMENTI ED ORGANIZZAZIONE LOGISTICA".
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